Il diritto del signore, commedia andata in scena per la prima volta a Parigi nel 1762, è tra le opere dimenticate di Voltaire. Eppure, contribuì all’idea di uno ius primae noctis, che soprattutto a partire dalla polemica illuminista contro i privilegi feudali, è entrato nel senso comune come istituto davvero vigente nel passato, fino a interessare anche Freud. La commedia, ambientata nella Piccardia del XVI secolo, narra la vicenda di Acante, promessa sposa al ricco contadino Maturino, al centro di una girandola di vicende con protagonisti il Marchese du Carrage, signore dei luoghi e titolare di quel diritto, suo cugino de Gernance, il balivo Metaprose e altri aristocratici e popolani. Nella pièce Voltaire propone la sua critica ai diritti tramandati dal passato e alle magistrature, tema che avrebbe ripreso nel celebre Trattato sulla tolleranza, ma rappresenta anche un proposito di “ricerca della felicità”, che di lì a qualche anno sarebbe stato codificato come diritto dalla Rivoluzione americana. La commedia costituì successivamente la traccia per Le Marriage de Figaro di Beaumarchais, Le nozze di Figaro di Mozart, e anche dei Promessi sposi di Alessandro Manzoni.
Questa che si offre al lettore è la prima traduzione in lingua italiana.
Le tracce volterriane ne I promessi sposi sono molteplici, anche con riferimenti alle opere successive che ebbero Le Droit du Seigneur come matrice. Manzoni appare infatti perfettamente consapevole dell’evoluzione della struttura narrativa originaria nelle varianti di Beaumarchais e Mozart–Da Ponte, anche se per molti versi preferisce tornare indietro alla fonte originaria. I personaggi aristocratici principali del suo romanzo sono infatti di nuovo due cugini, ma non vi è nella caratterizzazione di don Rodrigo e del conte Attilio il «fucile a due colpi» volterriano, entrambi essendo personaggi negativi, anche se sul don Rodrigo morente cala un velo di pietà. In compenso, i due colpi si generalizzano all’intero romanzo, nelle coppie oppositive don Abbondio/padre Cristoforo, Padre Provinciale/Cardinale Federigo, Lucia/Gertrude. I protagonisti popolani dell’opera tengono invece conto delle lezioni successive: Lucia non è Acante, non è di sangue aristocratico, non legge romanzi – ma un romanzo è la forma letteraria di cui è protagonista – è invece una popolana, come Susanna; e come in Beaumarchais e Mozart, i due promessi sposi sono ben d’accordo nel celebrare le nozze, il loro è un “matrimonio d’amore”. Tuttavia, Lucia non ha in Manzoni la dimensione erotica della promessa di Figaro, anche se il suo più memorabile intervento è notturno, come nell’opera mozartiana: quell’“Addio ai monti” su cui si sono fermati incantati generazioni di studenti e non solo. Il personaggio che sembra più risentire della matrice volterriana è invece Don Abbondio, a cui Manzoni attribuisce vari tratti del balivo Metaprose: a partire dal diniego a celebrare le nozze, con la motivazione pretestuosa della presenza di impedimenti, che celano in realtà l’intimidazione subita dai bravi di don Rodrigo.
[tratto dal saggio di Carlo Pontorieri]