Viola Carofalo, Pensare in tempo di sventura. Saggio sulla filosofia di Simone Weil

Mai come in un tempo di sventura, di crisi – sul piano etico, culturale, politico – sembra utile e urgente rileggere l’opera di Simone Weil. L’attualità e la potenza della sua riflessione risiedono infatti proprio nella capacità di ripensare l’esperienza del limite, di risignificare la caduta.

L’indagine attenta della degradazione della sfera del lavoro, del proliferare della violenza – nella forma della guerra, ma anche della spoliazione degli ultimi, della rimozione dell’alterità nell’esperienza coloniale – e della difficoltà a mantenere viva l’attenzione e la cura verso l’inerme, non può che essere il punto di partenza per immaginare le vie d’uscita dalla crisi e la possibilità di un rinnovamento.

Come uno straniero tra le macchine e i pezzi forgiati

Sradicato nell’attività che per eccellenza gli compete, che dovrebbe metterlo in connessione con il mondo e con il divino, l’essere umano trova nel lavoro la propria oppressione e la fonte prima del suo abbrutimento. Il lavoro operaio, ma anche quello intellettuale, quello nei campi – in Weil non vi è distinzione, tantomeno gerarchia tra queste attività – diviene, nel Moderno, azione legata alla mera sopravvivenza, perde ogni qualità spirituale, si fa gesto meccanico, assenza di pensiero. Sentendosi propriamente umano, in salvo, al sicuro, nelle sue attività animali, non libere, nelle quali si illude di essere meno gravato dalla necessità, meno esposto al limite – mangiare, riposare, riprodursi – e vivendo come meccanica l’attività umana e vitale per eccellenza – il lavoro – l’essere umano di fatto finisce per rovesciare il rapporto tra libertà e assenza di libertà, diviene schiavo proprio là dove dovrebbe avvenire la sua realizzazione. L’essere umano «fa della sua attività vitale stessa l’oggetto del suo volere e della sua coscienza. Egli ha una cosciente attività vitale: non c’è una sfera determinata con cui immediatamente si confonde. L’attività vitale consapevole distingue l’uomo dall’attività vitale animale. Proprio solo per questo egli è un ente generico. Ossia è un ente consapevole, cioè ha per oggetto la sua propria vita, solo perché è precisamente un ente generico. Soltanto per questo la sua attività è libera attività».

Fatto a pezzi il lavoro – nella frammentazione dei compiti, nella parcellizzazione delle competenze, e specializzazione delle conoscenze – anche l’essere umano finisce per essere smembrato, il corpo, ridotto a puro utensile al servizio della macchina, da un lato, il cervello, atrofizzato in un’attività che si limita al ricordare, ripetere, eseguire, dall’altro.

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