Veronica Cavedagna

Veronica Cavedagna è dottoranda in filosofia teoretica presso il Dottorato di Ricerca in Filosofia UniPi-UniFi e l’Institut de Recherches Philosophiques (IRePh) dell’Université Paris Nanterre. Porta avanti una tesi a partire dalla filosofia di Raymond Ruyer. Entro gli studi su filosofia della natura e filosofia del vivente, incrocia la “filosofia del vegetale” (visiting al MINTLab, Universitad de Murcia). È tra i fondatori di Philosophy Kitchen. Rivista di filosofia contemporanea. Interessata all’incontro tra filosofia e “altre pratiche”, segue il corso di formazione “I vasi comunicanti – Scuola di formazione per insegnanti di yoga”, diretto da Francesca Proia.

Di un dato possiamo affermare di avere esperienza immediata: la nostra esistenza. Non l’esistenza nella sua totalità, tantomeno l’Esistere. L’esperienza immediata trova il suo termine di riferimento nell’esistenza puntuale: di un individuo che esiste, presente al suo esistere. Tale atto in atto, l’esistenza che è in corso di esistere, è ciò che, a un sufficiente grado di ragionevolezza, si potrebbe ritenere essere il primo approdo nella ricerca della verità prima, a cui nemmeno Ruyer si sottrae, iscrivendosi così nella lignée inaugurata da Descartes quando si risolse all’atto estremo del meditare. Quella risoluzione divenne classica: suggellò l’inizio della metafisica cartesiana e fissò anche, alla stessa altezza, i battesimi dei metafisici dopo di lui, compreso Ruyer. L’“inizio di partita” giocato da Ruyer coincide con ciò da cui si è qui partiti: esistenza in existendum. E occorre subito fermarsi, almeno in prima battuta: ecco il monito ruyeriano. L’aderenza alla logica del dubbio, che il Descartes della II Meditazione abbandona troppo velocemente, secondo Ruyer, non consente di fare un passo oltre. L’errore del cogito cartesiano starebbe in ciò: nell’attribuzione di una parvenza ontologica a una certezza che, nel suo essere al sicuro, al riparo dal dubbio, possiede invece una natura assiologica. Scrive Ruyer in Philosophie de la valeur (d’ora in avanti pv): «Le cogito cartésien définit l’existence comme existence non d’une chose, mais d’un “pensant” activif. Le cogito paraît ontologique. En fait, il est axiologique» (pv 51). Il grado zero da cui Descartes parte, che nemmeno il dubbio può far naufragare, è la propria, individuale, ricerca attiva della verità: un’attività orientata che l’uomo Descartes compie da sveglio, attento, ben presente al meditare. Il cogito «est immédiatement concluant : il prouve indissolublement, et la valeur de la vérité, et l’“agent-cherchant-le-vrai-et-évaluant”», appunta Ruyer (pv 52) riprendendo lo Stern di Wertphilosophie. A W. Stern, Ruyer porta il debito dell’espressione “cogito assiologico” con cui apre Neofinalismo (d’ora in avanti nf) e che – rispetto alla strategia messa in campo nel trattato del 1952 – ricordiamo essere la prima mossa argomentativa per agganciare la finalità.

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