«Il vedere come stanno le cose al mondo è lo sfondo permanente della nostra quotidianità. Tutti abitiamo originariamente il Paese di Sofia, cioè il paese della verità. Il Paese di Sofia altro non è, poi, che il “logos comune”, evocato dal grande Eraclito; il paese di quelli che sono “svegli”. Certo, ci sono tra noi anche quelli che “dormono” (avverte ancora Eraclito), con cui è giocoforza coabitare; cioè quelli che sono nella penombra e persino quelli che sono nel buio. Ma quel che importa per un essere umano è imparare a distinguere la luce dalla penombra e dal buio: abitare nel Paese di Sofia».
I saggi qui raccolti sono perciò delle “vedute”: da vicino o da lontano. Soprattutto quelli della prima parte, etichettati come “Post”. Nella seconda parte sono stati collocati alcuni “Interventi” (con testi un po’ più corposi). Nella terza parte e nella quarta, infine, si troveranno delle “Indagini di struttura” e dei “Confronti”, con un andamento un po’ più accademico.
Non è stata disposta alcuna sequenza cronologica. Il lettore troverà nei “Riferimenti bibliografici”, collocati in fondo al volume, le date di prima pubblicazione di ogni singolo testo (salvo, naturalmente, i pochi casi in cui si tratta di un inedito). Di solito, i contenuti delle pagine del libro – se si eccettua la parte prima, più legata all’attualità – sono, per dir così, senza tempo; trattano, cioè, questioni teoriche di un certo permanente interesse.
“Andare a vedere come le cose stanno”, questo dovrebbe essere il primo compito di chi intende far filosofia. Naturalmente, dovrebbe seguire l’agire, di rimando (Socrate). Che di certo dovrebbe importare altrettanto, sempre per chi intende far filosofia. Ma prima di tutto – nell’ordine delle facoltà (o potenze) dell’anima – sta il “vedere”. “Nihil volitum, nisi precognitum”, sentenziavano una volta gli Scolastici. Non senza ragione. A tutto questo vorrebbe alludere il titolo della presente raccolta di saggi.
Azzardo un’altra mossa. Questo è forse anche il senso lato della prima battuta del Vangelo di Giovanni: “In principio era il Verbo” (dunque non: “In principio era l’Azione” – come diventa nel Faust di Goethe). E aggiungo: si ricorderà che Tommaso d’Aquino chiama “visio” (Dei) la condizione paradisiaca. Tommaso, in fondo, resta “greco” su questo terreno, come un po’ Giovanni Evangelista. Ebbene, questo “greco” mettere innanzi il “vedere” ha consegnato all’Occidente la cifra dell’“episteme” (“scientia” – per i latini), cioè del sapere necessario di ciò che è necessario. La modernità occidentale ha poi trasferito questa antica cifra in un contesto “allotrio”; l’ha resa appannaggio delle “scienze esatte”, e così ne ha come smarrito la potenza originaria. La quale rimanda allo “stare” come a uno “stare fermi”, come a un “essere stabili”, come a un “non essere rimovibili”, come a un essere “incontrovertibili” (nel pensare, nel dire, nell’agire). In direzione di arrivo – per chi ama il sapere – si può intravvedere – last but not least – la forma assoluta della verità.
Naturalmente, si può stare fermi su qualcosa, solo se quel determinato qualcosa autorizza quello stare. Ossia: solo se quel determinato qualcosa lascia apparire il suo “non poter essere altrimenti”. Ora, se qualcosa ci appare come tale che non può stare (essere) altrimenti, usiamo anche dire in filosofia che quel qualcosa è, appunto, un che di “necessario”. Che “necessariamente” implica la costruzione di una forma di sapere in grado di contenere quel necessario come suo contenuto. Questa forma di sapere è poi, da secoli, la filosofia in senso forte: filosofia come sapere necessario di ciò che è necessario, si diceva. I frammenti del poema sulla natura di Parmenide hanno, forse più di ogni altro testo arcaico, questo fascinoso sapore speculativo.
Con la modernità avanzata tanto venerando statuto epistemologico del sapere filosofico viene (gradualmente) abbandonato. Si pensi anche solo allo scetticismo humeano quanto alla verità. Diventa comune convinzione che non il sentito, ma la sensazione (soggettiva) è il primo oggetto dell’intenzionalità conoscitiva; e così non il veduto (intellettualmente), ma una qualche interna visione (una certa “idea” del soggetto – Cartesio) diventa il primo oggetto dell’intenzionalità intellettiva. La distinzione tra “fenomeno” e “noumeno”, consacrata poi da Kant, finisce per assumere autorevolmente il ruolo di “canone”. Trionfo quindi della cosiddetta “presupposizione gnoseologistica”. Certo, l’idealismo hegeliano provò subito dopo a smantellare questa errata convinzione, ma le vicende filosofiche, dopo la stagione hegeliana, tornarono (v. secondo Ottocento), a colorarsi di kantismo.
Per fortuna, la cifra greca dell’episteme è rimasta ancora tra noi, coltivata dai pensatori eredi della metafisica classica, nonostante l’età contemporanea più vulgata resti sedotta dal sapere instabile. È vero che con Husserl la convinzione di poter “andare alle cose stesse” sembrò essere tornata nella prima metà del Novecento all’odg. Solo che le cose stesse, una volta congedata l’universalità husserliana del noema, ai contemporanei sembrano ancor più instabili che prima. E quindi il sapere loro relativo non può che inclinare al riduzionismo empiricizzante. È così che siamo approdati, in men che non si dica, sulle rive della “post-modernità” o, se si vuole, nel regno della “post-verità”. Qualcuno ai giorni nostri già azzarda di più: favoleggia del regno della… “post-falsità”!
In questa frenesia modaiola, qualcosa sembra proprio non tornare. Sembra che, nonostante tutto, si sia d’accordo – da qualche tempo – sul fatto che “vediamo” le cose del mondo, non le nostre personali “sensazioni/visioni” (nessuno o quasi nessuno si professa oramai schiettamente kantiano). Ma si dice, a ogni più sospinto, che le cose del mondo sono in ogni caso instabili.
Eppure, una convinzione siffatta non può stare. Non è forse vero che, in realtà, intra-vediamo nel fluire delle cose del mondo qualcosa di stabile? Se così non fosse, non potremmo vedere neppure l’instabile. Qualcosa, infatti, si può dire che è instabile, cioè che diviene, solo a partire dal vedere che qualcosa permane. Necessariamente. Una parete cambia di colore, ma la parete non diventa un albero. Permane parete. E non solo. Nel pensare che tutti ci accomuna permane l’impossibilità di affermare che qualcosa, nel contempo, è e non è, è così e non così; permane pure per tutti il riferimento ultimo a ciò che appare, quando appare e come appare. E si potrebbe continuare a lungo in questa esemplificazione.
In realtà, il vedere come stanno le cose al mondo resta inevitabilmente lo sfondo permanente della nostra quotidianità. Tutti abitiamo originariamente il Paese di Sofia, cioè il paese della verità. Il Paese di Sofia altro non è, poi, che il “logos comune”, evocato dal grande Eraclito; il paese di quelli che sono “svegli”. Certo, ci sono tra noi anche quelli che “dormono” (avverte ancora Eraclito), con cui è giocoforza coabitare; cioè quelli cha sono nella penombra e persino quelli che sono nel buio. Ma quel che importa per un essere umano è imparare a distinguere la luce dalla penombra e dal buio: abitare nel Paese di Sofia.