Vando Borghi

Vando Borghi è professore di Sociologia dei processi economici, del lavoro e dell’organizzazione all’Università di Bologna. I suoi interessi di ricerca riguardano l’interazione tra politiche, istituzioni e pratiche sociali ed è condotta su diversi terreni empirici. Negli ultimi anni, il suo lavoro si è concentrato sul capitalismo delle infrastrutture e sulle strategie di ripensamento delle logiche della progettazione sociale delle dinamiche del lavoro umano in tale cornice di fondo. Tra le sue pubblicazioni Research Handbook on Public Sociology (con Lavinia Bifulco, 2023). Insegna Sociologia dello sviluppo, Processi organizzativi e istituzionali e collabora al Laboratorio di Design del servizio.

La storia del termine “infrastruttura” consente di cogliere alcuni elementi significativi per identificare i fenomeni cui si riferisce. Il suo approdo, dall’origine francese, alla lingua dell’homo faber  nel momento della sua piena presa sul mondo, cioè la lingua inglese, segnala con evidenza non solo una scansione temporale ma anche una evoluzione sostanziale. In effetti, l’Oxford English Dictionary colloca nel 1927 la prima comparsa nella lingua inglese di tale termine, caratterizzato da due aspetti significativi: si tratta di un termine collettivo, un nome singolo che rimanda ad una pluralità di parti ed elementi tra loro collegati; indica un insieme integrato di parti che sostengono e alimentano un complesso progettuale sovraordinato. In questo senso, il termine infrastruttura può essere letto come l’esito attuale di una concezione della relazione con il mondo che ha una lunga storia, incarnata e resa molto concretamente operativa nel dispiegamento sempre più globalmente esteso delle logiche e delle pratiche di “terraformazione”. In queste ultime, infatti, riverbera il senso originario, in cui il termine infrastruttura indicava l’attività organizzativa indispensabile alla posa e alla fissazione dei binari ferroviari: realizzazione di rilievi e piani, costruzione di letti stradali, ponti, gallerie, terrapieni e in generale organizzazione di quelle attività indispensabili per il pieno funzionamento dei dispositivi sovrastrutturali (stazioni, strade, officine e così via) realizzati successivamente. Un lavoro al tempo stesso empirico e semiotico, pertanto, di ridefinizione e predisposizione del territorio ad obiettivi dati e indifferenti ad altre significazioni (pratiche, religiose o culturali che fossero) già presenti ed elaborate da chi su quelle terre viveva, e che è andato poi estendo la propria applicabilità da un ancoraggio molto concreto ad una sua valenza più astratta e generale.

Sarà poi nell’immediato secondo dopoguerra, in un intreccio tra obiettivi di natura esplicitamente militare e imperativi di ordine socioeconomico, che il termine verrà ad assumere la collocazione di cui facciamo esperienza attualmente, vale dire la centralità per quella che potremmo definire l’istituzione immaginaria dello sviluppo. Non è certo un caso che il passaggio in cui Harry Truman enfatizza il ruolo della expertise tecno-scientifica statunitense per avviare il programma globale di ricostruzione e sviluppo viene pronunciato nel celebre discorso del presidente statunitense nello stesso anno (1949) in cui la NATO inaugurò il Common Infrastructure Programme.

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