Il seme dell’utopia, Veronica Petito, Antonio Trupiano (cur.)

Contestando le distorsioni della società in cui hanno visto la luce, le grandi utopie dell’età moderna si sono confrontate con un tempo “altro”: un tempo aperto, tempo non visibile e mai raggiungibile, e tuttavia tale da mettere in crisi il presente e di additare altre possibilità di esistenza.

Ritorna, anche in questa riflessione, l’antico dilemma: utopie come evasione o come progettualità innovativa? Utopie come promessa di liberazione o come produzione di gabbie rese infernali dalla loro pretesa di perfezione?

Convinti della saggezza espressa dalle parole di Max Weber secondo cui «il possibile non verrebbe raggiunto se nel mondo non si ritentasse sempre l’impossibile», gli autori hanno affrontato la sfida dell’utopia attraverso un lungo percorso caratterizzato dall’ascolto reciproco e dal pensare insieme.

Interrogarsi sull’utopia, in ultima istanza, significa concedersi il diritto alla speranza nella certezza che ciò che ancora non si vede può portare frutto in abbondanza. Come un seme.

Saggi di: Secondo Bongiovanni, Maria Borriello, Ermenegildo Caccese, Maurizio Cambi, Giuseppina De Simone, Francesco Donadio, Alfonso Lanzieri, Veronica Petito, Cloe Taddei Ferretti, Antonio Trupiano, Angelo Maria Vitale

La riflessione sull’utopia si presenta, nella storia della nostra cultura, come uno spazio in cui ritrovare “un’armonia perduta”. A volte come un “sogno” o una fuga da un mondo troppo ingiusto, che andrebbe rovesciato, ripensato, ricostruito. È per questo necessario provare a tracciare percorsi, che sappiano indicare una via tra il reale e l’ideale, tra l’esperienza, in cui la vita ci riassorbe, e l’esercizio del pensiero, capace di eccedere la vita stessa e superarla nella sua fatticità. Tale esercizio non costituisce una fuga mundi; non si tratta di ritrarsi al di qua della realtà, nella solitudine di un’astrazione disancorata o disincarnata rispetto agli “affari del mondo”. Non è neppure l’esercizio del calcolo e della pianificazione, poiché, a ragione, Horkheimer afferma che anche molti intellettuali confondono il pensare con il pianificare. Si tratta invece di un bisogno della natura umana che ci spinge a desiderare di conoscere, ergendo lo sguardo al di là della terra, fissandolo nei cieli stellati in cui è ancora possibile ritrovare domande insolute ma necessarie all’esistenza e, forse, alla sopravvivenza dell’uomo.

Per questo motivo l’utopia rappresenta un “fatto umano”. Appartengono alla sua natura il sogno, l’ideale desiderato e sperato, la capacità di guardare oltre e ritornare su di sé o restare altrove, scoprire nuove prospettive in cui rintracciare possibilità di senso.

In questa prima sezione l’indagine si incentra non solo sui modi dell’utopia, ma anche sui confini, gli spazi, in cui riconsiderare l’ideale che “mette in questione il reale”. Se, come afferma Hegel, la filosofia è il proprio tempo appreso con il pensiero, allora ripensare il tema dell’utopia ci ricolloca nel nostro tempo, non al di fuori di esso, a partire da una domanda: quale spazio occupa, oggi, una riflessione sull’ideale o l’idealità? O, meglio, sulla dimensione ideale? Più precisamente potremmo utilizzare un’altra formulazione: vi è ancora tempo per l’utopia?

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