Umberto Galimberti, L’uomo nell’età della tecnica

In questo intervento Umberto Galimberti smonta il tema della tecnica intesa come mezzo, per sostenere l’idea che essa, nella nostra epoca, rappresenti un intero mondo che riproduce se stesso in maniera indefinita, e cioè senza ormai più neanche un fine. L’uomo, come affermava Arnold Gehlen, è una creatura mancante che per sopperire alle proprie carenze ha inventato specifiche forme di rappresentazione culturale e sociale, quali l’educazione, le istituzioni, le leggi e la politica. Queste forme hanno tuttavia finito per piegarsi alle ingiunzioni di una società che, in rapida trasformazione, ha reso centrali – e anzi vitali – le idee di produttività, di efficienza, e tutti quegli imperativi che riguardano il successo, la riuscita, l’ottimizzazione, il progresso, l’affermazione, il consenso. Infine la tecnica stessa, da strumento razionale d’ausilio e salvaguardia della vita umana, ha finito per trasformarsi in un apparato di potere autonomo e autosufficiente.

A partire da queste considerazioni Galimberti ci conduce in una breve ma spietata investigazione su cosa voglia dire aver lasciato spazio al sormontare della tecnica a scapito del vivente e del senso dell’esistere.

La tesi che in questa occasione vorrei proporvi è di smontare quel concetto tradizionale secondo cui la tecnica sia un mezzo e, in quanto mezzo, a disposizione dell’uomo. Quello che voglio qui sostenere è che invece adesso la tecnica è un mondo. È diventata un mondo. E il concetto di mondo è radicalmente diverso dal concetto di mezzo.

Nel 1966 Martin Heidegger, intervistato dal direttore del quotidiano tedesco Der Spiegel – intervista che sarà poi pubblicata dopo la morte del filosofo, nel 1976 – a proposito della tecnica diceva: «Tutto funziona. Ma proprio questo è l’elemento inquietante: che tutto funzioni e che il funzionare spinga sempre avanti verso un ulteriore funzionare, e che la tecnica strappi e sradichi sempre di più l’uomo dalla terra». E continua, rivolgendosi al direttore di Der Spiegel: «Non so se Lei sia spaventato; in ogni caso io lo sono stato alla vista delle fotografie della terra scattate dalla luna. Non c’è bisogno della bomba atomica. Lo sradicamento dell’uomo è già in atto. Ormai abbiamo solo rapporti puramente tecnici. Non è più la Terra quella su cui oggi vive l’uomo». La pubblicazione dell’intervista – nel 1976, abbiamo detto – avviene dieci anni dopo il colloquio tra i due, e Heidegger aveva già percepito che la tecnica sarebbe stata il nostro mondo. Non mezzo, mondo.

Cerchiamo ora di dimostrare questo ragionamento partendo da una semplice considerazione: si può dire, infatti, che la tecnica sia l’essenza dell’uomo, poiché l’uomo, che noi consideriamo un animale ragionevole – o razionale – non ha in realtà nessuna delle caratteristiche degli animali. Un tratto che caratterizza eminentemente gli animali è la loro natura istintiva: gli animali sono regolati dagli istinti, cosa che non si può dire dell’uomo che, anzi, ne è praticamente privo. L’istinto è una risposta rigida a uno stimolo: se io faccio vedere un pezzo di carne a una mucca la mucca non lo considera cibo, se gli faccio vedere un covone di fieno si mette a mangiare. Non allo stesso modo funziona per l’uomo. Persino il famosissimo istinto sessuale non è istintivo nell’uomo, nel senso che io posso avere rapporti sessuali in tutte le forme della perversione (cosa che non sembra sia concessa agli animali). Oppure posso subordinare un obiettivo non sessuale a una pulsione sessuale. Posso, per esempio, scrivere un romanzo, una poesia, sviluppare un’opera d’arte, etc. Sarebbe quella che Freud chiama sublimazione.

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