Paolo Fedrigotti, Tre lezioni su Tocqueville

Scaturendo da un’esperienza didattica concreta, il presente volume approfondisce alcuni significativi punti della Democrazia in America di Alexis de Tocqueville per mostrarne la portata e ravvisare nelle sue pagine – a quasi duecento anni dalla loro stesura – una chiave ermeneutica per leggere la crisi che le democrazie contemporanee stanno attraversando. Isolando le caratteristiche tipiche dell’homo democraticus tardo moderno, l’opera di Tocqueville ci indica la strada per guarire l’attuale contesto socio-politico dalle sue patologie. Allo stesso modo, ci invita a rileggere il sistema democratico attraverso il filtro della philía, quale nucleo di passioni propriamente umane – razionalmente attingibili e certamente alternative a quelle oggi egemoniche – da individuarsi, senza tentennamenti, nella cooperazione, nella solidarietà e nella cura verso gli altri.

Il bene comune è qualcosa di più divino (divinius) del bene particolare. Così sentenzia Tommaso d’Aquino. In queste righe, vorrei dare un’interpretazione anagogica di quest’espressione, in ordine ad una fondazione metafisica della socialità. L’aspetto del bene in quanto comune è rappresentato dall’universalità: ciò che è comune è tale perché è distinto da ciò che è proprio, come il tutto dalla parte, e dunque come l’universale dal particolare; per questo lo si può opporre per distinzione al particolare. Ma l’universalità, l’universale, è l’Uno verso i molti o i molti verso l’Uno. Questo vuol dire uni-verso e, di per sé, la parola indicherebbe l’accentramento dei molti nell’Uno o verso l’Uno. D’altra parte, sappiamo che ogni relazione implica una reciprocità: per un versante, l’Uno va ai molti e, per l’altro versante, i molti vanno all’Uno. Ciò significa che, relativamente parlando, la reciprocità esclude una fondazione. E tuttavia è proprio la stessa parola universo ad evocare il fondamento o, se si vuole usare un’espressione più radicale, un plesso fondativo rispecchiante una direzione centrativa. Due termini relativi, come destra e sinistra, dicono una semplice reciprocità, senza una prevalenza: la destra richiama essenzialmente la sinistra e la sinistra richiama essenzialmente la destra. Nessuna di queste due relazioni ha la pretesa di un primato fondativo. Se c’è la destra c’è la sinistra e se c’è la sinistra c’è la destra; se togli la destra togli la sinistra e se togli la sinistra togli la destra.

Nell’espressione universo, invece, ciò che prevale è l’idea di Uno. Questo significa che il plesso indicato dal nome universo ha una centratura e, cioè, una matrice rappresentata dall’idea di Uno. La complessità ha un verso, una direzione, rappresentata dall’Uno. Appunto la centratura è espressione evocativa, ma anche descrittiva, di ciò che chiamiamo universo. La centratura è tipica di quella figura geometrica che è la circonferenza. Ora, la circonferenza è l’insieme dei punti equidistanti da un punto detto centro. E centratura indica propriamente l’indirizzo dei punti della circonferenza verso il centro: gli stanno intorno in modo equidistante. Anche in questo caso, i due termini relativi esprimono una reciprocità: non c’è circonferenza senza centro e non c’è centro senza circonferenza. Tuttavia, in tal caso, la reciprocità non ha un carattere assoluto. Esiste un assoluto che rappresenta il perno fondativo del plesso. Torniamo alla definizione di circonferenza: insieme dei punti equidistanti da un punto detto centro. Se tolgo la circonferenza viene meno il termine relativo che è il centro, ma il centro è il nome che si dà al punto rispetto al quale i punti della circonferenza sono equidistanti. Se tolgo la circonferenza tolgo il nome di centro a quel punto, ma non tolgo il punto. Quel punto rimane assolutamente punto… e basta! Questo punto, dunque, è quell’Uno verso cui vanno i punti della circonferenza, se la circonferenza c’è. Ma, appunto, questo punto non ha bisogno della circonferenza per essere punto! E così l’Uno è il criterio fondativo del plesso uni-verso.

 [Dalla Prefazione di P. Giuseppe Barzaghi]

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