Il volume è esito di un percorso di ricerca interdisciplinare sugli effetti sociali e politici della violenza ambientale e sulle istanze di giustizia espresse da comunità contaminate in zone di sacrificio. Il polo chimico di Spinetta Marengo in Alessandria, oggetto di approfondimento, è un caso emblematico in tal senso. Qui alle eredità tossiche del passato, causa di degradazione ambientale e progressiva emergenza di conseguenze sanitarie, si aggiungono composti di più recente produzione, come i Pfas (per- e poli fluoroalchilici), la cui pericolosità per la salute umana e non umana è nota, almeno per alcuni dei composti di prima generazione. Questo disastro tecnologico, graduale e cumulativo, alimenta conflittualità sui rischi, denunce, contestazioni e forme di vittimizzazione attiva, anche sul piano giuridico-giudiziario.
Basato su una metodologia di Community-based Participatory Research, il volume raccoglie venticinque voci di soggetti territoriali coinvolti nella co-organizzazione di dibattiti pubblici e partecipativi attorno agli impatti sociali, sanitari, politici e ambientali delle pressioni inquinanti. Quattro assi tematici sono affrontati in altrettanti capitoli: la storia sociale dell’industria e le memorie di mobilitazioni per il diritto alla salute e alla qualità ambientale; l’inquinamento chimico, le conseguenze sullo stato di salute e gli strumenti di informazione e monitoraggio civico; i percorsi di giustizia e la tensione tra esigenze di riconoscimento delle responsabilità dei danni e i diritti delle vittime alla riparazione; l’elaborazione di scenari futuri, mediando tra disinquinamento e dinamiche occupazionali.
Il tema di cui si occupa questo libro sono gli effetti tossici dell’industrializzazione e la loro diseguale distribuzione sociale e territoriale. Tali effetti tendono a concentrarsi in luoghi specifici, che assumono così un ruolo sacrificale la cui natura occorre indagare teoricamente ed empiricamente. Se l’espressione “zone di sacrificio” è relativamente recente, la problematica retrostante è sul tappeto da molto tempo. Se ne discute almeno fin dalla pubblicazione (1962) di Primavera silenziosa, il celebre volume in cui Rachel Carson denuncia gli impatti ecologici dell’uso intensivo di pesticidi. Ma potremmo andare ancora più indietro: per esempio alle polemiche sui risvolti ambientali e sanitari degli esperimenti nucleari post-bellici, il più noto dei quali è probabilmente quello condotto presso l’atollo di Bikini nel 1954. Le discussioni si sono intensificate nel corso degli anni per varie ragioni, da gravissimi incidenti come quello chimico di Seveso (1976) e quello nucleare di Chernobyl (1986) alle preoccupazioni per gli aspetti planetari dell’inquinamento prodotto da una varietà di cause: le emissioni dei combustibili fossili, innanzitutto, ma anche gli impatti atmosferici dei clorofluorocarburi o quelli della diffusione delle microplastiche negli ecosistemi marini. La tossicità dei Pfas, di cui si occupa in particolare il libro, va ad aggiungersi a una lunga lista di questioni contraddistinte dalla peculiare ambivalenza delle tecnologie, i cui benefici (nuovi materiali spesso dotati di caratteristiche assai utili, nuove opportunità di lavoro ecc.) si accompagnano a costi (danni ambientali e sanitari, impatti occupazionali negativi ecc.) la cui entità e distribuzione è fonte di controversie e conflitti.
L’intensificarsi delle discussioni sulla tossicità industriale rispecchia il diffondersi inarrestabile dell’industrializzazione in senso orizzontale e verticale, sulla superficie terrestre e dentro la materialità biofisica. Su tutto ciò si riflette da tempo anche in Italia. Tuttavia un affresco come quello offerto da questo libro è cosa rara e preziosa. Rara perché è difficile riunire e far parlare così tante voci e prospettive. Preziosa perché la complessità e l’ambivalenza che caratterizzano la tossicità industriale possono essere affrontate in modo sufficientemente comprensivo solo mediante uno sforzo corale come quello prodotto dal lavoro di cui il volume offre una restituzione; lavoro imperniato su una ricerca-azione partecipata fondata sull’idea di scienza di comunità. Preziosa anche perché consente da un lato di cogliere sinteticamente i tratti della questione delle zone di sacrificio; dall’altro di valutare gli elementi di continuità e cambiamento che la caratterizzano per come oggi essa si presenta.
La “Nota introduttiva” che apre il volume è in realtà tutt’altro che una nota, poiché offre un’ampia e aggiornata esplorazione del campo. Sarebbe inutile compendiarne qui i passaggi. Tantomeno sarebbe utile, e possibile, entrare nel merito dei singoli contributi, tutti di grande interesse sia quando si muovono in campo ravvicinato e in presa diretta, alla luce delle esperienze vissute, sia quando zoomano all’indietro guardando a tali esperienze da una prospettiva spaziale e temporale più ampia. Il tempo gioca in effetti un ruolo fondamentale: sia quello storico della memoria che quello di un futuro che si vuole aperto, informato ma non ipotecato dal passato e da chi nega la possibilità di un altrimenti. Le considerazioni che seguono si focalizzano quindi su pochi nodi del discorso, la cui rilevanza mi pare emergere in modo netto dalla pagine del libro. Il primo riguarda la dinamica sacrificale e il suo rapporto con la promessa tecno-industriale. Il secondo riguarda l’idea e il ruolo della scienza di comunità. Il terzo riguarda il rapporto tra continuità e cambiamento, ripetizione e novità, nella questione dell’industrializzazione tossica.
[Dalla Prefazione di Luigi Pellizzoni]