Tommaso Tuppini

Tommaso Tuppini insegna filosofia all’Università di Verona. Insieme a Jean-Luc Nancy ha pubblicato Ebbrezza (Milano 2014).

Molare, molecolare, fuga

La vita fascista è fatta di una preparazione alla sorpresa: volere la sorpresa – potenzialmente disastrosa –, accelerarne la venuta per pararne i colpi. Virilio cita a questo proposito una dichiarazione di Leni Riefenstahl: ai tedeschi del 1933 «faceva orrore il quotidiano, l’ordinario… la tentazione dell’insolito improvvisamente s’impossessò di tutto un popolo». Nell’autobiografia della Riefenstahl c’è un’enfasi insistita sull’Ungewöhnliches, l’insolito, la cui esperienza sembra essere stata la vera vocazione della sua vita: «sempre sono stata in caccia dell’insolito, il miracoloso e il misterioso dell’esistenza». Il fascismo ha questo primo significato elementare: è la volontà di mediare l’annuncio dell’eccezionale nel quotidiano. Quotidiana è l’attesa che quel che accade oggi si ripeta tale e quale domani. L’insolito porta scompiglio dentro lo spazio e il tempo dell’abitudine, è dirompente e spesso mostruoso. “Mostruoso” in tedesco si dice ungeheuer e Heidegger nel suo corso su Parmenide del 1943 dice che è un sinonimo di ungewönhlich. Mostruoso-insolito non è un dio, ma un demone nel senso di «ciò che mostra e indica» perché daimon è la forma sostantiva di daio, mostrare. Anche per Deleuze i demoni sono «le potenze del salto», i portatori di segni che scuotono la realtà. L’insolito, il demonico, è l’indicazione che brilla nel mezzo delle cose quando esse mostrano un aspetto nuovo. Lo sguardo del demone parte dalle cose e si rivolge all’intorno come un’esca, ci cade addosso quando non ce lo aspettavamo e ci costringe a cambiare le nostre abitudini. Il demone è l’aprirsi di una prospettiva nuova che smaglia la rete della quotidianità fatta – dice Deleuze – di segmenti molari, duri, delimitati, abitudini in cui «tutto sembra contabilizzato e previsto, l’inizio e la fine di un segmento, il passaggio da un segmento all’altro»: qui ci sono io, lì ci sei tu, io uomo, tu donna, io operaio, tu sfruttatore. La segmentarietà molare dell’esperienza dice che cosa ci si può aspettare da ognuno e qual è il suo posto, dice ciò cui siamo abituati: nel mondo c’è posto per tutti purché tutti stiano al loro posto.

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