Pier Alberto Porceddu Cilione, Sulla forza. Pensiero musicale e ontologia

Questo testo analizza il nesso concettuale tra suono e forza, sviluppando una ricerca filosofico-musicale sul tema della dinamica. Se per molto tempo la ricerca filosofica sulla musica ha valorizzato la dimensione costruttiva degli intrecci armonici, melodici e ritmici, qui viene ridata centralità alla dimensione intensiva del suono, al nesso “dinamico” tra Kraft e Klang. Troppo spesso la dinamica è stata concepita come un’aggiunta ornamentale all’atto compositivo, riducibile alla dimensione puramente performativa del fatto musicale. Questo testo rivendica invece la centralità dell’aspetto dinamico nella concezione del suono e nella strutturazione del discorso musicale, valorizzando un aspetto ontologico inscritto nella dimensione compositiva. Le origini concettuali di questa vicenda sono lontane, e vanno ricondotte all’elaborazione filosofica del termine greco dynamis. Con l’inizio del XIX secolo, l’innesto fra questo termine e la teorizzazione della dinamica come “valore proprio” del dominio sonoro dà inizio a una nuova stagione nella concettualizzazione del fatto musicale. A partire da Beethoven, una nuova ontologia del suono apre un orizzonte di senso in cui la musica ancora oggi si muove. La musica contemporanea non fa altro che valorizzare la crescente presenza della forza, dell’intensità, dell’energia nel cuore del suono, alla ricerca di nuove possibilità di significato, di cui solo la musica sembra possedere il segreto.

Questo testo registra una ricerca filosofico-musicale sul nesso tra suono e forza. Il termine “dinamica” indica questo nesso. Si tratta di un’analisi concettuale, dominata dal tentativo di ascoltare, in quel termine, le implicazioni teoriche inscritte nel suo significato originario. Questa “origine” è riconducibile al concetto di δύναμις, come appare nella letteratura “arcaica” e nella metafisica “classica”. Si tratta dunque di una genealogia concettuale che cerca, in quegli “inizi” greci, il valore semantico di un termine che indica ancora oggi la dimensione intensiva ed espressiva del suono. Se non sono mancate concettualizzazioni di tale nesso, la proposta registrata in questo testo mira a verificarlo non solo nel discorso filosofico, e filosofico-scientifico, ma anche tra le pagine delle partiture. In continuità con l’insegnamento di Adorno, è bene che il dato filosofico-musicale rimanga congiunto all’analisi di ciò che è articolato nella viva poiesis della composizione. Il Testo qui è, in ogni senso, fondamentale.

Questa esigenza teorica si pone alla ricerca, nei testi filosofici, musicali, poetici, scientifici, di quella concettualizzazione che considera il suono un “effetto” della forza, e il discorso musicale una funzione dell’intensità. La musica qui interrogata è la musica “di pensiero”, la musica “forte”, la musica che vive attraverso l’elaborazione di una partitura e che sa quale complessa prestazione teoretica è sottesa alla sua poiesis. In questo senso, il prestigio del Testo non basta a indicare il proprio dominio nella “musica scritta”. Non si tratta soltanto di rivendicare la notazione come criterio di demarcazione tra “musica scritta” e “musica non scritta”. Nel vasto ambito della “musica scritta” (ricca di espressioni, tradizioni, comunità…), una musica sa di essere una forma del pensiero, attraversata da urgenti necessità speculative. Pensa sé stessa nel serrato confronto con la filosofia, la scienza, la matematica, la psicologia, la letteratura. Una “musica di pensiero” che, in virtù delle prestazioni epistemiche inscritte nella sua poiesis e nella sua praxis, sa di far parte di una coerente e complessa enciclopedia.

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