L’intento di questo saggio è quello di inquadrare il pensiero di Spinoza nel dibattito politico e religioso del suo paese, l’Olanda della seconda metà del Seicento, che conobbe un periodo impetuoso di sviluppo economico e di grandi fermenti religiosi e politici. Contro chi ancora riduce Spinoza a solitario metafisico, in questo saggio si ribadisce che egli è, da cima a fondo, un filosofo politico. Spinoza impone un legame indissolubile tra il pensiero dell’assoluto e la forma della democrazia e la sua riflessione sulla politica non è solo un capitolo della sua filosofia bensì il luogo in cui ontologia e etica trovano la loro piena espressione storica. Per Spinoza non si dà societas senza perfezionamento morale, né autentico cognoscere senza un anelito morale. Tuttavia, neppure il perfezionamento dell’uomo può dirsi compiuto se non si estende anche agli altri. Per questo motivo, non si può avere una vera etica, né una vera metafisica, senza politica.
La modernità politica sembra oggi attraversata da una rinnovata centralità della paura: paura dell’altro, dell’insicurezza economica, della perdita del lavoro e dell’identità, del declino. In molti contesti, la costruzione permanente dell’emergenza diventa tecnica ordinaria di governo. Ma qui l’analisi spinoziana si rivela di sorprendente attualità: la superstizione politica – cioè la disposizione a consegnare la propria libertà a un potere che promette protezione – nasce dall’incertezza e dalla fluttuazione degli affetti. Non è l’eccesso di libertà a generare l’instabilità, bensì la sua repressione.
Contro ogni tentazione totalizzante, Spinoza sostiene che non si possono governare le menti; sicché, Il tentativo di identificare integralmente il pensiero dei cittadini con la volontà del sovrano, più che produrre unità, genera risentimento; più che ordine, provoca odio strisciante. Uno Stato, allora, diviene tanto più sicuro quanto più riconosce che la libertà di giudizio non può essere considerata una minaccia, bensì la condizione perché essa, una volta conquistata, si mantenga a lungo nel tempo. Ma si conserverà a lungo solo se si trasformerà in patrimonio comune.
La moltitudine, dunque, non è il nome di un pericolo ontologico, né la matrice necessaria del totalitarismo: è la forma concreta della potenza umana nella sua dimensione collettiva. Individualità e moltitudine non si oppongono, giacché l’individuo è pur sempre un modo finito, una relazione, una configurazione di forze che si costituisce all’interno di una trama comune. Demonizzare la massa significa misconoscere la struttura stessa dell’esistenza politica.
L’insegnamento che il pensiero spinoziano può offrire al nostro tempo – segnato dal riemergere di autocrazie e dal logoramento delle democrazie – non consiste in una difesa nostalgica di forme istituzionali, ma in un criterio di valutazione: una comunità è tanto più libera quanto più si adopera per aumentare la potenza comune dei suoi membri, trasformando la paura in cooperazione, la diffidenza in fiducia, la fluttuazione in stabilità affettiva. La democrazia non è, in questa prospettiva, un ideale morale, ma l’aspetto politico che più si avvicina alla natura stessa della moltitudine, perché non ne sopprime la potenza, ma la indirizza e la organizza in forme di partecipazione collettiva e di cooperazione.