Les Soulèvements de la Terre

Il movimento francese Les Soulèvements de la Terre riunisce attivisti per il clima, agricoltori, sindacalisti, gruppi autonomi anticapitalisti, nonché persone coinvolte nelle lotte territoriali locali, nelle ZAD e in altri territori occupati. Il movimento è nato nel gennaio 2021, sulla base della consapevolezza che solo un cambiamento radicale – una vera e propria rivolta – può arginare la crisi climatica e porre fine al saccheggio capitalistico dei nostri ambienti di vita e dei nostri legami. Gli obiettivi dei Soulèvements de la Terre sono stati quelli di realizzare azioni dirette collettive e di tessere una rete di lotte locali, promuovendo al contempo un movimento di resistenza, la ridistribuzione delle terre e la costruzione di beni comuni su scala più ampia.

I Soulèvements de la Terre nascono dall’incontro di 200 persone nella ZAD di Notre-Dame-des-Landes. Hanno cominciato a “sollevarsi” nel gennaio 2021. Plurali e compositi come le anime della ZAD, come Gaia: giovani attivisti e attiviste di Extinction Rebellion e Youth for Climate, stanchi e stanche dello sguardo paternalistico che i governi rivolgono loro, stanche delle manifestazioni simboliche che non smuovono i politici e che non riescono a invertire l’inettitudine delle politiche attuali e la massiccia inazione climatica. Contadine e contadini desiderosi di resistere all’industrializzazione di un’agricoltura volta unicamente alla crescita capitalistica, di reinventare il lavoro e la sussistenza, di coesistere insieme alle specie non-umane. Cittadini autonomi e cittadine autonome desiderose di agire di fronte alla crescente erosione ecologica e sociale, formatesi nelle lotte politiche e nelle esperienze collettive degli ultimi anni. Cittadini non necessariamente politicizzati in partenza, che raggiungono il movimento e apportano le proprie competenze specifiche, impegnandosi a livelli differenti. Collettivi locali e associazioni cittadine in lotta contro progetti che minacciano i luoghi che abitano, la fauna e la flora locali. Fautori e fautrici dell’autonomia politica, abitanti minacciati di sfratto per via dell’ennesima grande opera. Ma anche giornalisti, artisti, fotografi, musicisti: la lista è lunga, c’è sicuramente qualche specie che sfugge al repertorio. La Terra è il terreno comune di componenti così diverse.

Gennaio 2021, si è detto. La Terra si è sollevata nel bel mezzo di un’Europa, di un mondo congestionato dalla pandemia sindemica di Covid-19. Il coronavirus, figlio dell’arretramento delle aree naturali, della perdita di biodiversità e della cementificazione delle aree selvagge, ha portato i governi a imporre restrizioni, in molti paesi tristemente accompagnate da una logica bellica, nel quadro di un’opinione pubblica manichea e spesso infantilizzata dai governi e di un’informazione impoverita, propagandistica e compiacente. Se le restrizioni di tipo economico hanno semplicemente congelato la corsa per poi ripartire come prima più di prima, il coronavirus ha dato una battuta di arresto a una serie di movimenti ecologici e sociali. Se guardiamo alla Francia pre-pandemica e post-pandemica, il coronavirus – semplice agente virale, se visto da Marte – ha accelerato processi di regressione democratica e ha fatto salire la temperatura politica. Ma l’effetto è stato, tuttavia, il congelamento del potere nelle mani di pochi a scapito della conflittualità democratica, il livellamento securitario della democrazia ad opera del «neoliberalismo autoritario». Possiamo averne prova guardando l’ascesa e poi l’esaurirsi, la repressione a colpi di manganello o di 49.3, dei movimenti sociali degli ultimi anni: “Nuit debout” contro la riforma del lavoro nella primavera del 2016, il movimento dei Gilets jaunes dall’autunno 2018 contro il gravare della “transizione ecologica” sulle spalle delle classi lavoratrici, i cortei contro la riforma delle pensioni nel 2023. È in questo contesto che va situato il sorgere controcorrente dei Soulèvements de la Terre, dalle crepe di una democrazia e di una Terra che si scuote. Che si difende.

Di fronte allo stretto nodo di ingiustizie sociali ed ecologiche, di ferite ecologiche e sociali, i Soulèvements de la Terre riportano in auge il conflitto politico, la tettonica a placche che scuote la politica. Non si perdono in universalistiche dichiarazioni e generalissimi intenti, non avanzano richieste politiche irricevibili. Non cedono all’estetizzazione della rivolta. Non sono un sintomo ma la linfa vitale che guarda il male alla radice. Si potrebbe, così, dire che si distinguono dal fronte degli altri movimenti politici e sociali per una strategia politica volta a colpire direttamente le infrastrutture responsabili della catastrofe in atto. Individuano dei nemici politici precisi, ricostruiscono la catena della sussistenza, informano, svelano menzogne laddove i media ufficiali coprono e giustificano. Si potrebbe dire che riempiono, giorno dopo giorno, dei cahiers des doléances, e non dovremmo stupirci se, spesso, vi troviamo attori ricorrenti. Bruno Latour ricorreva a questa espressione, resa celebre dai quaderni di doglianza del 1789, per invitare la società civile a riflettere sulle condizioni di abitabilità e di sussistenza sul pianeta Terra, invitando inoltre a designare, nel contesto di ciò che ha definito “Nuovo regime climatico”, i propri nemici. C’è un’aria di famiglia, eppure qualcosa di gioiosamente diverso. Latour scriveva forse in un’epoca più fiduciosa verso i meccanismi della democrazia, del rispetto della legittimità, che sarebbe poi la linfa della democrazia stessa, che viene dai movimenti e dalle contestazioni dal basso, più fiduciosa, in altre parole, nell’idea che la democrazia non si rinchiude nel cemento armato dei palazzi governativi. In un’epoca che, d’altra parte, se messa alle ristrettezze climatiche, non disdegnerebbe di fare ricorso a uno stato di eccezione di Gaia (certo, non istituito da un manipolo di governanti), designando nemici secondo l’accezione data da Carl Schmitt al termine. Non è questa la sede per dirimere tali questioni teoriche. Eppure, vorrei mettere in evidenza come i Soulèvements de la Terre prendano atto del fatto che la dinamica democratica odierna è volta alla conservazione dello status-quo e non permette che vengano accolte rivendicazioni ecologiche e sociali attraverso semplici manifestazioni, cortei o anche attraverso la pratica della disobbedienza civile. Prendono atto, cioè, del fatto che non è più il tempo della fiducia perché il gioco non è alla pari. Ma, dall’altra parte, questo non implica che i Soulèvements de la Terre prospettino uno stato di guerra di tutti contro tutti. Se individuare i nemici della nostra sussistenza e della vita sulla Terra umana e non umana è di vitale importanza, ciò non implica che venga scavalcata la dimensione della legge. I Soulèvements de la Terre rispondono alla violenza istituzionale e istituzionalizzata di un sistema che protegge e foraggia le infrastrutture del disastro e della morte. L’obiettivo è istituire l’esuberante e sempre conflittuale legge di Gaia, creare un terreno comune, “un mundo donde quepan muchos mundos” dicono gli zapatisti. Nell’abbecedario dei Soulèvements de la Terre non troverete parole come “morte” o “guerra”, ma “gioia”, “contro-violenza”, “resistenza”. Opporre la gioia e la resistenza e non le passioni tristi, non l’inedia cui conduce inevitabilmente l’eco-ansia e la «solastalgia», di cui pure inevitabilmente siamo vittima, alla devastazione in atto. Proprio perché si hanno dei legami con la Terra e che questa ci forgia, non si vuol essere spettatori del management dell’Apocalisse prospettato dai governi e della risposta tecnocratica e burocratica alla catastrofe. La Terra non è la navicella con cui i cavalieri dell’Apocalisse intendono pure salpare su Marte. La resistenza prospettata dai Soulèvements de la Terre è condotta dagli abitanti di questa Terra, non dai suoi coloni. È un atto necessariamente plurale, come molteplici sono i legami che crea la Terra, pur restando il nostro unico suolo, la nostra carne. Alla resilienza, alla penitenza personale, a una falsa morale individualista propagandata dai governi neoliberali si oppone la gioia collettiva. Non basta la rivolta, che può avere come referente ultimo il soggetto e la coscienza singolare, occorre una sollevazione.

[Dall’Introduzione di Claudia Terra a Abbecedario dei Soulèvements de la Terre. Comporre la resistenza per un mondo comune]

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