Essere smart è divenuta oggi la parola d’ordine dominante nel dibattito circa quale configurazione i luoghi che abitiamo debbano assumere. Alla comprovata popolarità e diffusione del concetto di smartness, che conserva una certa vaghezza di significato tra i suoi punti di forza, non corrisponde però una riflessione altrettanto accurata e puntuale su che cosa significhi essere smart per una città e su quali siano i processi di giustizia o di ingiustizia che una smart city può produrre e riprodurre.

Il libro intende muoversi in tale direzione proponendo un’analisi critica del concetto di smart city che sappia tener conto del fattore della spazialità come elemento rilevante non solo di contesto ma anche di contenuto, comprese le sue implicazioni simboliche. Attraverso l’applicazione del paradigma della giustizia spaziale, l’indagine consente il rilievo di questioni epistemologiche, di metodo e di contenuto, che inibiscono la realizzazione di una città che sia smart e al contempo capace di promuovere un abitare inteso alla fioritura dell’umano. Nella convinzione che la compenetrazione di queste due anime rappresenti una sfida non solo per le politiche pubbliche ma anche per l’impresa tecnologica, l’ultima parte del testo ospita due casi studio relativi a prodotti progettati in un contesto aziendale e pensati come componenti di una smart city.

Lo spazio relazionale

Nel testo Social Justice and the City David Harvey compie un primo tentativo di definizione della dimensione spaziale muovendo dall’analisi di alcuni studi relativi alla filosofia dello spazio. Egli rileva come questi ne interpretino il significato solo dal punto di vista della fisica moderna il che, pur avendo una certa utilità, fa sì che ne venga fornita una visione che poco si presta all’analisi dell’attività sociale. Riferendosi a tale modalità di comprensione dello spazio egli parla di “spazio assoluto”. Più in particolare, afferma che se si guarda allo spazio in assoluto questo diventa una cosa in sé, dotato di una vita indipendente dal contenuto e di una struttura specifica utile per classificare o individuare i fenomeni. Questo non è, tuttavia, l’unico modo in cui possiamo pensare la dimensione spaziale: vi è anche una visione che la intende come relazione tra oggetti, che esiste solo nella misura in cui gli oggetti esistono e sono in relazione tra di loro. Vi è anche un altro senso secondo cui lo spazio può essere considerato come relativo, e rispetto a questo Harvey preferisce il termine “relazionale”. Questo è lo spazio concepito come fattore contenuto negli oggetti: si può asserire che un oggetto esiste solo se contiene e rappresenta dentro di sé rapporti con altri oggetti.

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