Giovanni Carrozzini, Simondonian Rhapsody

Questo volume raccoglie dieci saggi attraverso i quali si favorisce il dialogo fra la filosofia di Gilbert Simondon (Saint-Étienne, 1924-Palaiseau, 1989) e le riflessioni di alcuni fra i maggiori pensatori dell’Otto-Novecento (Nietzsche, Sartre, Barthes, Lacan). L’intento di questo testo risiede nel palesare al lettore l’attualità delle indagini condotte da Simondon per tutto il corso della sua produzione, nonché la complessità della sua posizione in merito a questioni specifiche quali, fra le altre, quella dell’informazione, della morte, del progresso, della solitudine esistenziale. Così, s’intende presentare Simondon non già e non più come il “filosofo delle tecniche”, ma come un filosofo a tutto tondo, che ha saputo – da autentico sismografo delle crisi – intercettare le grandi domande del suo e del nostro tempo, fabbricando, per ciascuna di esse, risposte innovative e di sicuro interesse.

Secondo Simondon, la morte consisterebbe, in primo luogo, in un esaurimento di potenziali, ovvero nel perseguimento di un equilibrio sistemico stabile; come tale, la morte non presenterebbe alcuna prerogativa risolutiva a tensioni o eventuali problematiche, giacché il sorgere di un problema e le strategie connesse alla sua eventuale risoluzione sono entrambi fenomeni appartenenti alla vita in atto, nel suo svolgersi, pur nella sua finitezza: in tal senso, anche per Simondon, la morte farebbe problema senza apportarvi alcuna possibile soluzione. Così, infatti, precisa in merito il filosofo:

la morte consisterebbe nella risoluzione di tutte le tensioni, ma la morte non costituisce soluzione per nessun problema. Al contrario, l’individuazione risolutrice conserva le tensioni in un equilibrio di metastabilità, piuttosto che annullarle in un equilibrio di stabilità. L’individuazione rende compatibili le tensioni sebbene al contempo non le acquieti, rilevando un sistema di strutture e funzioni all’interno del quale le tensioni risultino compatibili. L’equilibrio del vivente consiste in un equilibrio di metastabilità e non piuttosto in un equilibrio di stabilità. Le tensioni interne restano cioè costanti nella forma di coesione dell’essere in rapporto a se stesso.

L’essere vivente, pertanto, si definisce come tale in ragione della sua riserva di potenziali inattualizzati che peraltro palesa la persistenza della sua genesi al suo interno, nella misura in cui ciascun individuo scaturisce da un sistema ricco in potenziali, il preindividuale, id est l’amorfo, regime di metastabilità, di cui l’individuo conserva al suo interno una porzione o carica. La morte coincide con l’esaurimento delle energie potenziali che costituiscono l’individuo vivente, con l’attualizzazione di tutti i potenziali, con la risoluzione di ogni possibile tensione.

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