Luce Irigaray, Questo sesso che non è un sesso

La sessualità femminile è sempre stata pensata sulla base di parametri maschili. Anche il piacere femminile è ignoto, se non mediato da quello maschile. Bisogna invece riscoprire questa identità al femminile.

In Questo sesso che non è un sesso Luce Irigaray sostiene che la sessualità femminile ha una propria identità, legata ad aspetti plurali, che va pensata come altra rispetto a quella maschile.

Questo testo è stato manifesto del femminismo, ma anche un segnale di decostruzione dei modelli culturali occidentali negli anni ’60 e ’70, e ha segnato l’avvio della pedagogia della differenza al femminile.

La nostra società e la nostra cultura sono fondate sullo scambio delle donne. Senza lo scambio delle donne ricadremmo – dicono – nell’anarchia (?) del mondo naturale, nella precarietà (?) del regno animale. Il passaggio all’ordine sociale, all’ordine simbolico, all’ordine sic et simpliciter, dipendono dalla circolazione delle donne che gli uomini, o gruppi di uomini, si scambiano tra loro: regola nota con il nome di proibizione dell’incesto.

Qualunque sia la forma di famiglia che può rivestire in una data società tale proibizione, il suo significato ha ben altra portata. Costituisce infatti il fondamento dell’ordine economico, sociale, culturale che da secoli conosciamo.

Perché scambiare le donne? Perché sono «comodità rarefatte ed essenziali alla vita del gruppo», risponde l’antropologo. Perché rarefatte, dato che le nascite di maschi e femmine sono biologicamente equilibrate? Perché «le tendenze poligame profonde, di cui possiamo ammettere l’esistenza in tutti gli uomini, fanno sempre apparire insufficiente il numero delle donne disponibili. Ed anche se le donne sono numerose quanto gli uomini, esse non sono tutte egualmente desiderabili, anzi le donne desiderabili sono, per definizione, una minoranza».

Gli uomini sono tutti ugualmente desiderabili? Le donne non hanno qualche tendenza alla poligamia? Domande che l’onesto antropologo non si pone. A maggior ragione: perché gli uomini non sono oggetto di scambio tra le donne? È che i corpi delle donne assicurano – usati, consumati, circolanti – la condizione di possibilità della socialità e della cultura ma ne restano una “infrastruttura” ignorata. Lo sfruttamento della materia sessuata donna è parte integrante del nostro orizzonte sociale e culturale, al punto da non poter essere interpretato in esso.

Si può dire anche così: tutti i sistemi di scambio organizzati dalle società patriarcali, e tutte le forme di lavoro produttivo in esse riconosciute, valorizzate, retribuite, sono affare degli uomini. Donne, segni, merci, rimandano sempre per la loro produzione all’uomo (un uomo quando compra una ragazza, “paga” il padre o il fratello di lei, non la madre…), e passano sempre da un uomo ad un altro uomo, da un gruppo di uomini ad un altro gruppo di uomini. La forza-lavoro è quindi sempre supposta essere maschile, ed i “prodotti” sono oggetto d’uso e di transazione tra i soli uomini.

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