Francesco Mancuso, Senza destinatario. Tempo della scrittura e tempo delle immagini in Pier Paolo Pasolini

“La ricostruzione di questo libro è affidata al lettore”. Così Pasolini consegna la propria opera a un destinatario che, negli anni del neocapitalismo, dichiara al contempo scomparso. Come può un’opera dirsi ancora popolare quando il popolo manca? Muovendo da questo paradosso, il libro attraversa l’eterogenea produzione pasoliniana, per mostrare come la popolarità vi si configuri non come successo misurabile ma innanzitutto quale esperienza temporale: in un futuro anteriore legato a una perdita irreparabile e, insieme, a una promessa che continua a riguardarci. Profezia e abiura, la sceneggiatura come “struttura che vuol essere altra struttura”, il montaggio che rende esemplare una vita solo dopo la morte: sono le strategie con cui Pasolini, da Accattone a Petrolio, trasforma la perdita del destinatario da limite in condizione di un’esperienza estetica all’altezza della nascente società del benessere. Tra Dante, Auerbach, Benjamin, e in dialogo con il pensiero contemporaneo, ne emerge una teoria della popolarità quale comunicazione inappropriabile, che resiste al consumo e continua a risuonare, voce che torna – nel “groviglio di vita successa e da succedere” – come voce di altri.

«La ricostruzione di questo libro è affidata al lettore». Con questa frase, che congiunge comando e fiducia, si apre la Nota introduttiva agli Scritti corsari. Pasolini consegna questi “scritti” nella forma di un libro, “questo libro”, che è tuttavia ancora da ricostruire: “questo libro” che ha tanto contribuito a fare di lui uno scrittore popolare. Ma i lettori cui Pasolini si richiama lo avrebbero avuto davanti, “questo” libro, solo il 6 novembre 1975, alcuni giorni dopo la morte dell’autore. A chi lo legga, il libro di Pasolini non affida solo il compito di ricostruire l’oggetto della lettura, ma anche di auto-iscriversi, in questo processo di lettura-ricostruzione, come un lettore postumo. Senonché, la morte dell’autore non è tanto l’evento che determina la postumità dei suoi scritti; piuttosto, è precisamente il carattere postumo di questi scritti a renderli ricostruibili e leggibili in primo luogo come “questo libro”. Raccogliendo articoli di bruciante attualità pubblicati, negli ultimi tre anni di vita, su diverse testate giornalistiche – «Corriere della sera», «Tempo», «Dramma», «Paese Sera», «Il Mondo», «Epoca» –, gli Scritti corsari appaiono, adesso, come “scritti” riuniti in un “libro” che tuttavia sarà stato ricostruito solo a seguito di un intervento del suo lettore. «È lui» – continua infatti Pasolini – «che deve rimettere insieme i frammenti di un’opera dispersa e incompleta. È lui che deve ricongiungere passi lontani che però si integrano. È lui che deve organizzare i momenti contraddittori ricercandone la sostanziale unitarietà. È lui che deve eliminare le eventuali incoerenze (ossia ricerche o ipotesi abbandonate). È lui che deve sostituire le ripetizioni con le eventuali varianti (o altrimenti accepire le ripetizioni come delle appassionate anafore)».

“Rimettere insieme”, “ricongiungere”, “organizzare”, “ricerca[re] la sostanziale unitarietà” e, infine, persino “eliminare” e “sostituire”: a venire richiesta al lettore è una serie di operazioni editoriali volte alla ricostruzione del testo. È solo nell’ultima frase citata – e, qui, solo tra parentesi – che si fa riferimento a una dimensione più propriamente ricettiva e conoscitiva della lettura, avvalendosi di un termine raro: “accepire”. La valenza di questo verbo è altra rispetto a quella delle operazioni citate sopra, nella misura in cui non si tratta più di quali azioni svolgere per portare a termine la ricostruzione del libro; in questione è, qui, innanzitutto che “questo libro” venga ricostruito, il modo in cui un’istanza di ricostruibilità postuma viene iscritta nell’opera stessa. Che le ripetizioni – “È lui che deve”, ripetuto cinque volte – vengano accepite “come appassionate anafore” anziché venire sostituite da “eventuali varianti”, questo afferisce già a un piano in cui la voce di chi scrive e quella di chi legge, quella di chi parla e quella di chi ascolta, divengono indisgiungibili e, al limite, indistinguibili. Le pagine a seguire esplorano le strategie messe all’opera da Pasolini per configurare questo piano della comunicazione, tentando di mostrare come, proprio su questo piano, si giochi la predicazione estetico-etico-politica cui l’eterogenea opera pasoliniana ha aspirato fin dall’inizio: quella della popolarità.

[Dall’Introduzione]

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