Friedrich Schleiermacher, Monologhi

I Monologhi (1800) contengono il nucleo del pensiero etico di Schleiermacher nella forma lirica di meditazioni interiori. Insieme ai Discorsi sulla religione offrono un documento significativo dell’orientamento della cultura romantica. L’individualismo viene temperato dal presupposto che le singole manifestazioni dell’animo religioso o morale possano comporsi in un tutto armonico. In polemica con Kant, ogni elemento imperativo o giuridico viene bandito dall’etica, come ogni soggezione a una legge, fino alla stupefacente dichiarazione: «non conosco più quel che gli uomini chiamano coscienza». Nell’opera sono anticipati molti temi che saranno svolti nel secolo XIX dagli esponenti del cosiddetto «individualismo della differenza».

I Monologen (1800) sono presentati dal loro autore come un «dono di Capodanno» offerto ad anime affini nel momento simbolico della svolta del secolo. Essi contengono il nucleo del pensiero etico di Schleiermacher nella forma lirica di meditazioni interiori, scandite in cinque parti («riflessione», «sondaggi», «mondo», «prospettiva», «gioventù e vecchiaia»), e non in quella sistematica, che presto Schleiermacher avrebbe adottato, del trattato o della lezione accademica. Insieme ai Discorsi sulla religione, apparsi l’anno precedente, documentano la fase più propriamente “romantica” del percorso del teologo berlinese: se è vero che alcuni dei suoi scritti posteriori (dalla Kritik der bisherigen Sittenlehre alla Glaubenslehre) conterranno definizioni più precise dei termini usati e argomentazioni più stringenti, non raggiungeranno tuttavia la persuasività oratoria di quei due saggi, che appaiono tuttora al lettore d’oggi carichi di una particolare suggestività.

Più in particolare l’opera costituisce un documento significativo dell’individualismo morale della cultura romantica, non diversamente da come i Discorsi contenevano un riconoscimento della legittimità degli innumerevoli modi individuali di rapportarsi religiosamente all’Assoluto, al di là di ogni codificazione confessionale. L’individualismo, in entrambi i casi, viene temperato dal presupposto che le singole manifestazioni dell’animo religioso o morale possano comporsi in un tutto armonico. Forse ciò è da riportare alle stesse esperienze che dischiusero a Schleiermacher l’intuizione del valore della individualità: dapprima la vita religiosa nella comunità di Herrnhut, e poi la frequentazione dei circoli romantici dominati da una intensa forma di “socievolezza” (Geselligkeit).

Prima di addentrarci in una ricostruzione della linea argomentativa di queste meditazioni, occorrerà dire qualcosa a proposito del nesso tra le due opere, ovvero del modo in cui Schleiermacher concepisce il rapporto tra la dimensione religiosa e quella morale. Nei Discorsi egli mette in guardia da ogni confusione: l’animo religioso non si occupa di questioni metafisiche né è interessato all’agire morale. Nel suo atteggiamento, prevalentemente passivo, esso percepisce, attraverso gli organi dell’«intuizione» e del «sentimento», l’Assoluto al quale appartiene (l’espressione «sentimento di dipendenza» apparirà più tardi, nella Dottrina della fede). Nei Monologhi, che sono dedicati alla spiegazione del fenomeno della moralità, tutto appare viceversa come compito che si rivolge al volere. Eppure tra questi due modi di trattazione non esiste contraddizione. Il territorio della morale, pur nella sua indubbia autonomia, resta avvolto da un’aura sacra. Il raggiungimento della «coscienza dell’umanità» e la ricerca, in essa, della specificità del proprio compito avvengono in un’atmosfera «devota», che ricorda appunto la prima formazione del teologo nella comunità dei Fratelli moravi.

 [Dall’Introduzione di Ferruccio Andolfi]

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