Francesco Di Maio, Saturazione ed eccedenza. Il problema dello spazio nell’estetica e nella Naturphilosophie di Schelling

«Musica pietrificata»: così recita la celebre quanto enigmatica definizione dell’architettura offerta dalla Filosofia dell’arte di Friedrich Wilhelm Joseph Schelling (1775-1854). Nel sondare le fonti e i problemi concettuali all’origine di questa unione dei poli estremi del sistema dell’arte, il presente volume attraversa tutta l’opera del filosofo tedesco utilizzando il prisma della spazialità. Vero e proprio Proteo filosofico, il pensatore di Leonberg dalle molteplici fasi viene così ricondotto ai problemi di fondo della sua filosofia e alle sue ossessioni teoretiche, attraverso alcuni luoghi specifici, come la teodicea e le rovine, il mito e la ragione, la materia e la forma, l’animalità e le cose. A partire dal giovanile commentario al Timeo di Platone fino agli ultimi momenti della sua vita, lo spazio si pone infatti come snodo in cui l’estetica e la Naturphilosophie sono da sempre intrecciate e in cui si tentano le risposte al problema dello spinozismo e all’impossibilità di una filosofia della storia su basi trascendentali: come è possibile il nuovo in un mondo troppo pieno? Saturazione ed eccedenza sono allora i poli dell’endiadi che cercano di racchiudere il percorso schellinghiano, tra l’immanenza della natura e l’eccedenza della materia, tra la geometria del sistema e quella rottura incarnata dall’umano e dalla sua libertà.

Schelling, seguendo una tradizione tedesca anti-atomista, concepisce la materia come un continuum di forze in conflitto tra loro. È stato pertanto ritenuto necessario dedicare un capitolo del volume al rapporto di Schelling con la χώρα, concetto platonico che, come risaputo, assume nelle sue accezioni tanto il valore spaziale quanto quello di materia. Nella cosmologia schellinghiana si presenteranno sempre perlomeno tre elementi quali (i) la χώρα propriamente detta, ovvero l’illimitato materico nella sua forma assoluta, (ii) l’ἄπειρος, l’illimitato spaziale da intendere come correlato al (iii) πέρας, limite e forma temporali. Per giustificare allora queste costanti, Schelling assumerà e rivendicherà con forza anche delle posizioni filologiche specifiche, quelle cioè secondo le quali il Timeo è stato scritto da Timeo di Locri, filosofo pitagorico verosimilmente influenzato da un’antica sapienza egizia, il quale propone una concezione della materia continua e organica. Platone invece, che si appropria del testo di Timeo, vi annette la parte iniziale dialogica e quella finale relativa alla meccanica. Nonostante avrebbe ricevuto dagli antichisti perplessità, come quelle del suo amico Karl Joseph Hieronymus Windischmann, se non sberleffi, come quelli di August Boeckh, Schelling resterà convinto di questa verità per tutta la vita. Per lui, la natura è caratterizzata da un lato meccanico e discreto e da un lato invece continuo. La concezione di una continuità della materia appartiene a un sapere antico, poi perduto, ma ritornato alla luce grazie a Kant; al contrario, la dottrina meccanicista ha origine con Platone, per il quale la materia non è altro che un essere che si oppone al divino. Questa posizione storiografica non solo rende chiara una delle tesi centrali della Freiheitsschrift, ma anche ne rende palese il carattere naturphilosophisch: il male ontologico, ovvero l’essere del male nella sua accezione più generica, è dato da un processo di accentramento e autonomizzazione di un aspetto della realtà rispetto alla totalità e all’organicità del tutto. Il male non è nient’altro che un atomismo filosofico in cui la natura viene ridotta a un suo solo aspetto meccanico, ritenendolo l’unico dell’intera realtà.

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