Quando proviamo ad accostarci al tema della bellezza ci troviamo di fronte a un ostacolo insormontabile, quasi fossimo arrestati da un muro davanti a cui – ha detto Simone Weil – «tutto ciò che è stato scritto al riguardo è miserabilmente ed evidentemente insufficiente». Eppure la filosofia non ha rinunciato a tentare la scalata di quel muro e grandi pensatori (Kant, Schelling, Croce, per citarne alcuni) hanno dedicato gran parte delle loro migliori energie a sondare le tracce del mistero della bellezza. Tra questi autori non è ancora debitamente considerato Antonio Rosmini (1797-1855), nonostante una profonda riflessione sui temi dell’arte e della bellezza accompagni gran parte della sua vasta produzione filosofica, dal giovanile saggio Sull’idillio fino all’ultimo capolavoro incompiuto, la Teosofia. Un lungo percorso di pensiero in cui Rosmini ha incontrato una personalità d’eccezione come Alessandro Manzoni, dando vita a un prezioso sodalizio intellettuale e umano.

Il presente volume mira a offrire una ricostruzione organica su un aspetto non marginale e poco conosciuto del pensiero rosminiano: un ambito che – seguendo un’indicazione dell’Autore – non chiameremmo tanto estetica quanto callologia, ossia una riflessione ontologica sul bello, radicata su quell’idea dell’essere che costituisce l’intelligenza umana e la apre all’infinito.

L’integrità dell’uno

Rosmini afferma che l’integrità dell’uno, richiesta dalla bellezza, è l’integrità dell’ente: se esso non fosse intero, infatti, non sarebbe bello, ma difettoso.

La sede propria della bellezza è l’ente compiuto, mentre tutti quegli enti che, pur dotati di unità, risultano da astrazioni mentali, possono essere detti «raggi di bellezza» o «bellezze frammentate», ma non bellezze compiute, perché mancano appunto di unità.

Rosmini riporta l’esempio di quelle unità astratte formate da un ragionamento, da una scienza, da una formula algebrica: certamente esse possono riscuotere la nostra approvazione e anche un plauso vivace, ma non possono essere chiamate belle in senso compiuto, sono soltanto frammenti di bellezza.

Ma che cos’è esattamente l’ente compiuto? Esso, risponde il filosofo, è l’ente sussistente, il quale può essere finito o infinito; di conseguenza anche la bellezza può essere finita (con riferimento all’ente finito sussistente) o infinita (con riferimento all’Ente infinito). Riguardo alla bellezza infinita afferma Rosmini: «Ora l’assoluta integrità dell’uno non è propria che dell’Ente infinito; e perciò solamente nell’Ente infinito risiede l’assoluta bellezza». Si tratta di un’affermazione importante, per la prima volta espressa in maniera così esplicita, su cui egli ritornerà in seguito diverse volte (cfr. nn. 1087-1095, 1100-1101, 1139). È il tema della bellezza di Dio, dove essa risiede in maniera assoluta, un discorso che conferma la stretta connessione tra estetica e teologia nella riflessione del Roveretano: solo sul piano teologico la callologia ritrova il suo fondamento ultimo.

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