Dopo le improvvise, ma non del tutto inattese dimissioni di Benedetto XVI e le sue critiche ai personalismi e ai conflitti esistenti all’interno della curia romana, la chiesa cattolica sembra più che mai bisognosa di una riforma radicale. Le questioni che il nuovo papa dovrà affrontare, cercando di far dimenticare i limiti, le oscillazioni e gli errori che hanno caratterizzato i quasi otto anni di pontificato del suo predecessore, sono enormi: dallo scandalo dei preti pedofili, alla disaffezione dell’opinione pubblica nei confronti dell’istituzione ecclesiastica, dalla crisi delle vocazioni sacerdotali, alla fuoriuscita sempre più massiccia dei fedeli dalla chiesa cattolica, dagli scandali finanziari connessi con la pessima gestione dell’Istituto per le Opere Religiose (IOR), alla fuga di documenti riservati riguardanti la politica della Santa Sede (Vatileaks). Per queste ragioni appare opportuno soffermarci sulle proposte ripetutamente avanzate dal noto teologo dissidente svizzero Hans Küng per far uscire la chiesa cattolica dalla grave crisi che sta attraversando, nonché sulla sua lucida messa in discussione della presunta «immutabilità» della tradizione cattolica. Una riforma della chiesa che guardi al messaggio cristiano originario, ma anche ai compiti da affrontare al presente, non può, però, non implicare altresì una valutazione critica della teologia tradizionale. Di qui l’importanza di ricostruire il dibattito innescato da Küng nei confronti sia del suo antico maestro Karl Barth che del suo ex- collega tubinghese Joseph Ratzinger.

Immutabilità o storicità della tradizione cattolica?

A giudizio di Küng, la crisi in cui versa attualmente la chiesa cattolico-romana (forse la più grave dai tempi della riforma protestante) è stata preparata dalla gestione conservatrice di Giovanni Paolo II, ma si è aggravata dopo l’elezione al soglio pontificio di Benedetto XVI, che, pur provenendo dalla terra della «riforma», ha finora fatto ben poco (forse perché divenuto papa dopo aver trascorso tre decenni nella curia romana) per cambiare le cose. Infatti Joseph Ratzinger, invece di portare avanti coraggiosamente le riforme prospettate e avviate dal Concilio Vaticano II, ha finito non solo per interpretarne i testi in senso contrario al loro spirito originario, ma addirittura (in una sorta di ritorno al passato) per opporsi esplicitamente alle sue risoluzioni – e questo, sebbene il concilio ecumenico sia stato, almeno per tutto il primo millennio, l’autorità suprema per la vita delle chiese cristiane.

Recensioni

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