Ralph Waldo Emerson (1803-1882) è uno degli scrittori filosofici statunitensi più influenti e prolifici. Le sue centinaia di conferenze e i suoi saggi sono singolari espressioni di una cultura d’impronta democratica, di un’etica perfezionistica e di un ideale utopico dell’umano, teso fra radicale autonomia dell’individuo e comunione con la natura e gli altri esseri umani. Emerson ha cercato di portare alle estreme conseguenze l’idea dell’immanenza del divino, senza rinunciare a un discontinuo ma vigoroso impegno sui più scottanti problemi politico-sociali del suo tempo.
Durante i miei viaggi mi è capitato di conoscere un umorista che teneva nel suo studio un gesso della Medusa Rondanini. Mi assicurava che il nome attribuito nei cataloghi a questa importante opera d’arte era in realtà sbagliato, e si diceva convinto che lo scultore intendesse raffigurare in realtà Memoria, la madre delle Muse.
Nella conversazione che ne seguì, il mio nuovo amico mi fece delle confessioni straordinarie. Mi disse: “Non vede qual è il prezzo dell’erudizione; non vede come ognuno di questi studiosi che Lei ha incontrato a… sarebbe pronto, come il boia nella poesia di Hood, a ghigliottinare tutti, anche a costo di rimanere l’ultimo uomo sulla faccia della terra?”. Aggiunse molti commenti vivaci, ma fu la sua evidente serietà ad attrarre la mia attenzione, e nelle settimane che seguirono approfondii la sua conoscenza. Aveva buone capacità, un temperamento piacevole e nessun vizio; ma aveva un difetto: non sapeva trattare con la gente. La sua volontà era come paralizzata, in modo tale che, quando incontrava qualcuno in una situazione del tutto normale, parlava con un filo di voce e divagando, come una fanciulla volubile. Si rendeva conto di sbagliare, e questo peggiorava le cose. Invidiava ad ogni bovaro e taglialegna il piglio virile. Avrebbe voluto il don terrible de la familiarité di Mirabeau: riteneva che i re dovessero temere maggiormente chi riusciva ad avere le simpatie dei più umili. Quanto a sé, dichiarava di non aver abbastanza pace per riuscire a scrivere una lettera a un amico. Lasciò la città, si nascose in campagna. Per quanto solitario fosse il fiume, per lui non lo era abbastanza; il sole e la luna lo sconvolgevano. Quando si comprò una casa, per prima cosa piantò degli alberi.
Non gli sembrava di nascondersi mai abbastanza. Qui una siepe, là una quercia – alberi su alberi; piantava soprattutto sempreverdi, perché sanno mantenere il segreto per tutto l’anno. Il miglior complimento che potevate fargli era dirgli di non averlo notato avendolo incontrato in casa di qualcuno o per strada. Se soffriva quando lo si vedeva nei posti dove si trovava, si consolava col pensiero delizioso dell’immenso numero di luoghi in cui non andava. Tutto quel che chiedeva al suo sarto era di servirlo con quella sobrietà di taglio e di colore che non avrebbe mai attirato lo sguardo nemmeno per un istante. Andò a Vienna, Smirne, Londra. In tutta quella grande varietà di costumi, quel carnevale, quel caleidoscopio di vestiti, non riuscì mai con suo grande orrore a scorgere per strada qualcuno vestito come lui. Avrebbe dato l’anima per l’anello di Gige. La disperazione di essere visibile aveva ridotto la paura della morte. “Ma Lei pensa”, mi disse, “che io possa avere tanta paura che qualcuno mi spari – io, che non aspetto altro che di deporre la mia veste terrena per scivolare via tra le stelle più lontane, e mettere le distanze del sistema solare e delle orbite siderali fra me e ogni anima viva – là consumare il tempo in solitudine, e dimenticare la memoria stessa, se mai fosse possibile?”