Carmelo Vigna, Questioni di ontoetica

Per “ontoetica” qui (e in altre mie pagine) intendo indicare un circolo virtuoso di ontologia (metafisica) ed etica, circolo che in sé contiene anche una antropologia trascendentale, naturale presupposto di qualsiasi etica e, in qualche modo, anche di qualsiasi ontologia (metafisica). Si deve pur sempre partire (aristotelicamente) dal primo per noi. Cioè da noi in quanto struttura originaria del sapere e dell’agire. Altrove ho tentato di sviluppare e proporre teoricamente qualcosa come una “ontoetica” a partire dalla grande tradizione speculativa occidentale, ma con l’intento doveroso di far tesoro anche delle forme di vita del tempo nostro (cfr. la trilogia: Il frammento e l’Intero, Sostanza e relazione, Etica del desiderio). Ora con le Questioni di ontoetica – da porre accanto alle mie Didascalie filosofiche e alle Vedute. Al seguito di Sofia – considero completata idealmente un’altra trilogia, quella dei complementi alla trilogia principale. Per la verità, con questi complementi ho cercato propriamente di “mettere alla prova” l’apparato categoriale già guadagnato: ho indagato una certa varietà di argomenti, compresi quelli della nostra quotidianità. Non ho tralasciato, in ogni caso, alcuni approfondimenti e neppure alcune utili interlocuzioni con Amici e Colleghi.

Per “ontoetica” qui (e in altre mie pagine) ho inteso sempre indicare un circolo virtuoso di ontologia (metafisica) ed etica, circolo che in sé contiene anche una antropologia trascendentale, naturale presupposto di qualsiasi etica e, in qualche modo, anche di qualsiasi ontologia (metafisica). Si deve pur sempre partire (aristotelicamente) dal primo per noi. Cioè da noi in quanto struttura originaria del sapere e dell’agire.

Altrove ho personalmente tentato di sviluppare teoricamente – e proporre sommessamente – qualcosa come una “ontoetica”, a partire dalla grande tradizione speculativa occidentale, ma con l’intento di far tesoro anche delle forme di vita del tempo nostro (cfr. la trilogia: Il frammento e l’Intero [2015, 2° ed.], Sostanza e relazione [2016], Etica del desiderio [2015] – ed. Orthotes). Ora con queste pagine (da porre accanto alle mie Didascalie filosofiche e alle mie Vedute. Al seguito di Sofia) considero completata idealmente un’altra trilogia, che raccoglie i complementi alla trilogia “principale”. In realtà, con queste pagine – e con quelle dei due voll. appena citati – ho cercato di “mettere alla prova” l’apparato categoriale già guadagnato con la trilogia “principale”. Ho cominciato anche stavolta (coi “Post”) da argomenti prossimi alla vita quotidiana per poi proseguire con una serie di “Interventi” più corposi (almeno alcuni) per dilucidare punti controversi all’incrocio tra metafisica ed etica, chiedendo soccorso, quando occorreva, anche a luoghi classici dell’antropologia.

A mio avviso, la cultura filosofica contemporanea è poco sensibile alle questioni di ontoetica (questioni che a me invece stanno molto a cuore) per il semplice motivo che ha smarrito da tempo le grandi coordinate dell’ontologia, Specialmente dell’ontologia che implica una metafisica, che implica cioè l’oltrepassamento dell’immanentismo ereditato sia dall’idealismo sia dal materialismo (soprattutto ottocenteschi e novecenteschi). L’irruzione della filosofia analitica tra i contemporanei non ha fondamentalmente cambiato questo clima teorico.

Di poi. La diffidenza per una ontologia (coronata dall’inferenza metafisica) ha prodotto lungo tutto il Novecento una attenzione diffusa per l’etica, spesso chiamata a far da filosofia prima. Il caso Lévinas è, in questo senso, molto emblematico. Direi che tanto i “continentali” quanto gli “analitici” negli ultimi decenni han fatto a gara nel coltivare la stessa passione. Con il risultato – non proprio lusinghiero – di indebolire lo statuto epistemologico del sapere filosofico, sino a ridurlo a una sorta di piacevole conversazione da salotto buono (v. J. Rawls). Detto in altri termini: all’ostracismo per l’ontologia metafisica si è pure affiancato l’ostracismo per il sapere stabile, quel sapere che i Greci chiamavano “episteme”. Così, anche l’etica è diventata “debolista” e debolista è diventato il circolo di etica e ontologia. Per questo, a mio avviso, la filosofia oggi, in generale, raramente oltrepassa il livello di una cattivante saggistica, più o meno alla moda.

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