Jan Patocka, Platone e l’Europa

Quando, nel 1972, Jan Patočka viene collocato in pensione d’ufficio dal regime comunista cecoslovacco, alcuni suoi allievi lo esortano a tenere clandestinamente delle conferenze per mantenere vivo il suo prezioso magistero. Ne nasce un primo ciclo seminariale strutturato, a cui successivamente sarà conferito il titolo di Platone e l’Europa in virtù della centralità che in esso assume il problema dell’Europa, della sua origine e della sua eredità. Constatando la miseria spirituale che attanaglia l’epoca contemporanea, il pensatore boemo invita gli interlocutori a interrogare il senso stesso dell’essere europei, riconducendolo alla matrice originaria di ogni riflessione: l’indagine filosofica. Centrale nell’analisi risulta, di conseguenza, il pensiero di Platone e il suo esplicito richiamo alla cura dell’anima, autentico germe e pilastro della vita e della storia dell’Occidente. Platone e l’Europa, oltre a rappresentare un’opera fondamentale della filosofia novecentesca, costituisce ancora oggi una provocazione e un appello rivolto a quella dimensione interiore che unicamente è in grado di arginare il declino e lo svilimento dell’umano esistere.

Quella che oggi presento non è propriamente una conferenza, ma un’introduzione a questioni generali per orientarsi nella situazione odierna del mondo – un primo tentativo al quale, se volete, ne seguiranno altri. Mi piacerebbe lavorare in maniera seminariale, attraverso un domandare e questionare reciproco. Vi prego, pertanto, di non considerare la mia interpretazione come qualcosa di preparato e definito, piuttosto come una discussione informale.

Spesso ci si incontra per discutere di questioni astratte ed eventualmente elevate, così da sfuggire per un breve momento a quell’angoscia in cui tutti ci troviamo, così da rinfrancarsi tanto nell’anima quanto nello spirito. Penso che questo sia senz’altro bello, ma rischia di diventare un passatempo da anziane signore. È chiaro che la riflessione filosofica dovrebbe avere un altro senso. Io penso che la riflessione filosofica dovrebbe aiutarci nella nostra condizione misera e che la situazione in cui ci troviamo richieda un’azione interiore.

La situazione dell’uomo è qualcosa che cambia nel momento in cui ne diventiamo consapevoli. La situazione ingenua e la situazione consapevole sono già due situazioni diverse. La nostra realtà è sempre situazionale, quindi, laddove c’è riflessione, la realtà muta già solo per il fatto che qualcuno abbia riflettuto. Ovviamente, la questione è se muti in meglio. Ciò non si può in alcun modo stabilire. Eppure, in ogni caso la situazione riflessiva è – contrariamente alla situazione ingenua – in una certa misura chiarita, o almeno in via di chiarimento.

Non dico che la riflessione giunga sempre al nucleo delle cose, ma senza riflessione certamente quel nucleo non potremmo coglierlo. Come la mettiamo, però, con la verità sulle cose? Sappiamo bene che ogni verità ha origine da un errore, anche parziale, che la verità è sempre la conquista di un livello più alto di critica rispetto a ciò che originariamente presumiamo, rispetto alle nostre convinzioni. La riflessione procede attraverso il giudizio e le sue critiche. Noi non giungiamo alla verità sulla nostra situazione se non per via critica e attraverso la riflessione critica. Pertanto, se riflettiamo sulla nostra situazione, possiamo cambiarla, trasformarla in una situazione rischiarata, consapevole, e questo rischiaramento ci pone sul sentiero che conduce alla verità sulla nostra situazione.

In che modo riflettere? Guardiamo alla situazione stessa. Il concetto di situazione è un concetto particolare. Gli individui si trovano in una situazione favorevole o sfavorevole rispetto al fine che perseguono. La situazione è, nondimeno, caratterizzata dal fatto di essere contemporaneamente la realtà in cui io, gli altri e le cose ci troviamo. La situazione è, al tempo stesso, qualcosa di cosale e umano, è qualcosa in cui ci sono dati elementi. Eppure, la cosa più importante e caratterizzante è che non siamo noi ad averli stabiliti: siamo collocati in mezzo a essi e dobbiamo farci i conti. Non sono qualcosa che creiamo a nostro piacimento o per i nostri bisogni. Potrebbe sembrare che la situazione sia qualcosa di cosale – ad esempio: una nave che naufraga ha un certo significato per le persone che si trovano in quella determinata situazione, da loro provocata in una certa misura; tuttavia, ciò che hanno provocato non è certamente il risultato dei loro sforzi o il prodotto delle loro volontà. La situazione è qualcosa di oltremodo urgente, ci dà l’impressione di essere qualcosa da caratterizzare innanzitutto dal punto di vista cosale, oggettivo, qualcosa da cogliere concretamente, oggettivamente. Eppure, queste componenti concrete rappresentano solo un certo fattore della situazione.

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