Sara Pautasso, L’oltre e l’istante. Emmanuel Levinas e le sfide etiche e giuridiche contemporanee

«Nella mia filosofia: la nozione di istante è l’equivoco fondamentale», annota Emmanuel Levinas nei Quaderni di prigionia e altri inediti. In questa breve affermazione si condensa l’intrico etico e giuridico che attraversa l’intera riflessione levinasiana sulla temporalità. Il testo indaga tale complessità seguendone lo sviluppo lungo tutto il corpus del filosofo, dagli inediti giovanili fino alle opere della maturità. L’analisi mostra come l’istante non si esaurisca nella puntualità del presente, ma rimandi a un passato immemorabile e irriducibile all’oggettivazione, che investe il soggetto di una responsabilità ineludibile. L’«oltrepassamento» richiamato dal titolo prende forma in questa eccedenza che attraversa il tempo come diacronia e rende il soggetto «ostaggio dell’Altro». Nella parte conclusiva, il testo mette in dialogo la prospettiva levinasiana con alcune derive della temporalità contemporanea – dall’accelerazione sociale all’ipercentralità del presente fino alle nuove frontiere della giustizia predittiva – riscoprendo nell’istante quell’interrogazione etica capace di restituire senso all’azione presente e, al contempo, di aprire a un futuro vigile ed esigente, quale condizione di possibilità per un tempo di pace, giustizia e umanità. È proprio in questa riscoperta che gli interrogativi di Emmanuel Levinas si rivelano irriducibilmente attuali: le sue domande sono, ancora oggi, le nostre.

Fin dalle sue prime prove speculative e letterarie, Levinas assegna all’istante un ruolo strutturale nella costituzione della soggettività e nel suo rapporto con l’essere. Questa riflessione si articola in modo particolarmente denso negli scritti giovanili inediti raccolti sotto il titolo Eros, letteratura e filosofia, che comprendono due abbozzi di romanzo (Eros o Triste opulenza e La signora del Wepler), una serie di Note filosofiche sull’eros, poesie e testi in lingua russa. Come osserva Jean-Luc Nancy, tali scritti segnano una svolta decisiva all’interno del percorso filosofico di Levinas, poiché in essi si delinea il tentativo, insieme teoretico e stilistico, di esprimere in forma letteraria la «concretezza della vita». A partire dai testi inediti e nelle opere giovanili, Levinas avvia una radicale messa in questione della concezione tradizionale dell’istante, che la filosofia occidentale ha generalmente inteso come «limite di due tempi», inscritto in una struttura continua e lineare del divenire. Tale tradizione – come afferma il filosofo – è «colpevole» di aver nutrito «un disprezzo per l’istante», intravedendovi soltanto un’apparenza, un’illusione generata da una concezione scientifica del tempo, priva di dinamismo e di autentico divenire. La marginalizzazione dell’istante in ambito filosofico si fonderebbe sull’assunto per cui l’istante, considerato isolatamente, «non ha grandezza, non ha durata, non è la durata». Tale premessa, che nega all’istante ogni consistenza autonoma, sia fenomenologica sia ontologica, ha condizionato in profondità lo sviluppo della filosofia occidentale, orientandola a subordinare l’istante alla dialettica del tempo, cioè al nesso tra passato, presente e futuro. A partire da queste premesse, Levinas mette in discussione l’assunto che nega all’istante ogni forma di grandezza o spessore proprio. In tal senso, l’istante non è riducibile a una mera funzione all’interno di una sintesi temporale, ma possiede una dialettica propria, irriducibile a quella del tempo.

In virtù di tale irriducibilità, l’istante si rivela come luogo originario dell’interruzione e della significazione, come apertura a una temporalità altra, non assimilabile alla mera successione cronologica. La marginalizzazione dell’istante nella tradizione filosofica non è un fatto contingente, ma è sintomatica di un pensiero che ha privilegiato la continuità, l’identità e la totalizzazione. In questa prospettiva, l’istante risulta non solo derivato rispetto al tempo, ma anche modellato, nei suoi significati e nella sua funzione, dal variare delle dottrine che di volta in volta hanno cercato di definirne il ruolo all’interno di una sintesi temporale. Tuttavia, è legittimo domandarsi che cosa comporti, sul piano concreto, tale collocazione. Inscrivere l’istante entro l’orizzontalità della dialettica temporale significa infatti neutralizzarne la singolarità, ridurlo a un elemento di continuità o di passaggio e, quindi, privarlo della sua irriducibilità. Al contrario, l’attribuzione di un carattere perpendicolare all’istante indica il taglio verticale rispetto al tempo ontologico: la frattura di un tempo in cui il soggetto non si riconcilia con se stesso. L’istante sopraggiunge da una dimensione perpendicolare che non appartiene al tempo dell’io, ma lo interrompe, creando una condizione di scarto permanente.

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