Paolo Fedrigotti (Rovereto, 1981) si è laureato in filosofia presso l’Università Cattolica di Milano con una tesi su Dante e la filosofia medioevale. Dopo essersi specializzato nell’insegnamento secondario presso la Ssis della Libera Università di Bolzano, ha conseguito il baccellierato in teologia presso lo Studio teologico accademico di Trento. È docente di storia della filosofia e di filosofia teoretica presso l’Istituto di scienze religiose R. Guardini della medesima città. Insegna filosofia e storia presso il Liceo A. Maffei di Riva del Garda ed è membro della Scuola di Anagogia di Bologna. È autore di numerosi articoli specialistici e di alcune monografie. Tra esse ricordiamo: Anagogica (Napoli, 2026); Tre lezioni su Tocqueville (Napoli, 2025); Christus. Sette lezioni sulla Tertia Pars della Somma teologica (Siena, 2024); Deus. Un’introduzione alle prime questioni della Somma teologica (Siena, 2021); La nottola e il sole. Nove lezioni di gnoseologia (Roma, 2019) e Aletheis dialogoi. Un’introduzione inattuale alla filosofia della conoscenza (Siena, 2015).
Vale la pena fissare tutta la nostra attenzione, con Tocqueville e oltre Tocqueville, sulla polarità della cooperazione, intesa in senso amplissimo quale opera umana prestata ad altri o compiuta insieme ad altri per la realizzazione di una qualche impresa o per il conseguimento di un certo fine: di essa, mi pare si possa dire qualcosa di molto simile a quanto Aristotele afferma circa la realtà dell’amicizia nell’ottavo libro dell’Etica Nicomachea. I motivi per cui si diventa amici – osserva il Filosofo nel capolavoro che compendia la sua prospettiva morale – differiscono tra loro per specie, a partire dalla differenza sussistente tra le possibili tipologie di legame interpersonale: dandosi tre tipi di legame, è ovvio che anche le specie di amicizia siano tre. Più in particolare, lo Stagirita ritiene che si possa stringere un legame amicale con altri al solo scopo di ricavarne qualcosa di utile o per il piacere che ne deriva o, ancora, per la virtù sottesa alla relazione medesima: mentre i primi due tipi di amicizia (che potremmo anche definire d’interesse) sono tali solo accidentalmente e sono destinati a non durare (se ad interessarci, d’altro canto, non è la persona che il nostro amico è nel suo complesso, ma è soltanto qualcosa che questi rappresenta o ha o può farci ottenere, non appena quella persona cesserà di configurarsi in un dato modo o di avere o di poterci far ottenere ciò che ci alletta, il legame con lei sarà destinato a sciogliersi), il terzo – quello che s’instaura tra i virtuosi αρετήν ομοιων, simili per virtù – è perfetto perché volto al bene e dunque stabile e profondo. Se quanto riportato in merito all’amicizia è plausibile, ritengo che lo stesso possa valere pure per la cooperazione: anch’essa è, a ben vedere, un’esperienza che – potendosi sostanziare a partire dall’utile, dal piacevole o dalla virtù – può presentare una gamma di significati diversificati e anch’essa può risultare autentica, durevole e pienamente fruttuosa solo se incernierata al bene. Per convincersene è sufficiente focalizzarci sul cuore di quest’ultima forma di cooperazione e sul quid che la rende tale, un’essenza che non consiste, prima di tutto, nel fatto che ognuno dei soggetti coinvolti nella sua interrelazione intenda essere sensibile alle intenzioni e alle azioni degli altri o nel fatto che qualcuno s’impegni ad aiutare gli altri nei loro sforzi in modo da raggiungere al meglio il risultato finale, quanto nel fatto che ciascuno dei partecipanti all’azione cooperativa sia nella condizione di donare agli altri, anzi – di più – di essere dono per l’altro o gli altri.
Su questo vogliono soffermarsi le considerazioni conclusive di questa lezione, giacché, stricto sensu, si può sostenere che sia impossibile cooperare senza donare (tale assunto – incidentalmente – ci fa capire perché, nel contesto in cui viviamo, cooperare sia, per molti, assai difficile). Ora, come potrebbe essere descritta la fisionomia ontologica della relazione di dono? Voglio provare ad abbozzare una risposta a quest’interrogativo, isolando – sulla scorta di Roberto Mancini e del suo L’uomo e la comunità – quattro dinamiche antropologiche in grado di definirne la grammatica. La prima dinamica/valore a cui intendo riferirmi per suggerire qualcosa sull’anima del dono (e, quindi, della cooperazione e della politica democratica) è quella della prossimità: condizione necessaria perché si dia dono e, pertanto, cooperazione autentica, è che si abbia a che fare con una relazione intersoggettiva di vicinanza, la quale comporta una storia e un divenire comuni. In tal sede, prossimità non significa naturalmente contiguità spazio-temporale, né conoscenza reciproca: come esistono relazioni di dono che hanno luogo nel faccia-a-faccia diretto, così se ne offrono alcune che reggono una prossimità differita, senza che donatore e donatario si conoscano. In entrambi i casi, la prossimità vale nel senso del movimento per cui qualcuno accetta di coinvolgersi nella vita altrui.