Sono passati alcuni anni da quando R.H. Thaler e C.R. Sunstein hanno introdotto il termine nudge (2008): un approccio comportamentale che mira ad accompagnare e orientare le decisioni degli individui in maniera prevedibile senza imporre comportamenti determinati. Il nudge (“pungolo” in italiano) si riferisce quindi a stimoli e a spinte gentili, cioè a incoraggiamenti che, attraverso una progettazione dell’ambiente decisionale, siano in grado di favorire scelte volte a migliorare il benessere individuale e collettivo. Il suo utilizzo spazia in molti ambiti ed è particolarmente applicato alla sfera politica ed economica: salute pubblica, stili di vita, salvaguardia dell’ambiente, sistemi pensionistici e assicurativi. Sebbene questa “architettura delle scelte” non nasca con intenti limitativi della volontà del singolo, essa ha sollevato preoccupazioni riguardo alla possibilità che possa entrare in collisione con lo spazio dell’autonomia personale.
Le autrici e gli autori di questo volume sviluppano una riflessione a tutto campo su tale teoria del comportamento, discutendone risvolti morali, implicazioni etiche e applicazioni sociali e antropologiche.
Saggi di: Francesco Miano, Claudia Navarini, Elena Ricci, Antonio Scoppettuolo, Nancy E. Snow
Daniel Kahneman e Amos Tversky a cui si aggiunge anche Daniel McFadden, hanno mostrato come le scelte individuali nei diversi campi dell’umano, in particolare in materia economica, non sono sempre guidate da rigidi criteri di razionalità. I paradigmi di analisi della Teoria della scelta razionale, ad esempio, hanno assunto la visione di un agente le cui caratteristiche sono la ragione strategica, la stabilità e la consequenzialità. Alla base di questo archetipo si trova l’antico principio utilitarista secondo il quale ogni azione è razionale nella misura in cui mira all’ottimizzazione delle energie e delle risorse e al proprio legittimo interesse: tutti fini ai quali generalmente l’individuo tende. L’attore della decisione risulterebbe per questo perfettamente in grado di mettersi alla ricerca dell’opzione migliore costantemente guidato dal nume tutelare della ragione.
Il contributo dei fondatori dell’economia comportamentale, al contrario, ha portato al centro della teoria della decisione, elementi fino ad allora considerati eretici o comunque di scarso peso come le inclinazioni, le tendenze e addirittura i bias. Il risultato è stato conquistare spazio all’intera gamma dei processi della mente, correggendo la concezione di un uomo sistematico secondo parametri econometrici. Da una parte, dunque, l’homo oeconomicus della teoria della scelta razionale e dall’altra l’uomo reale della psicologia comportamentale con i suoi errori di pianificazione. Ciò non vuol dire che la fallibilità dell’attore non sia conosciuta o presa in esame, ma che il paradigma della scelta razionale ritenga questi limiti al massimo delle aporie o comunque, delle deviazioni solo temporanee dalla razionalità di fondo.
Kahneman e Tversky con le loro osservazioni sul comportamento quotidiano degli attori operano un cambio di prospettiva: la decisione non segue necessariamente una normatività, ma si muove anche sulla base di tendenze che possono adattarsi o meno alle situazioni.
In altri termini, l’interpretazione del contesto da parte dell’attore non è immune da errori prospettici, anzi sembrerebbe che questi ultimi non siano delle défaillance di poco conto dalla razionalità e che siano quotidianamente molto più presenti di ciò che si possa ritenere. Gli errori prospettici attaccano, in effetti, direttamente la razionalità ipostatizzata anche dall’utilitarismo. Secondo Kahneman e Tversky, essi con la sovrastima di alcuni obiettivi o strategie a discapito di altri dimostrano come il campo delle decisioni sia molto più complesso. Inoltre, anche quando un attore è messo direttamente di fronte a ciò che è interpretabile come una deviazione dalla razionalità, egli si dichiara convinto della propria scelta, mantenendo la decisione originaria al di là del calcolo costo-benefici. Di fronte a chi obietta che anche le preferenze, alla fine non mettono in discussione la correttezza del paradigma generale, McFadden osserva che le decisioni errate
sono determinate principalmente dai fallimenti della razionalità della percezione e del processo. […] I fallimenti della razionalità della percezione e del processo possono rendere il comportamento così erratico che, anche se esistono, le preferenze sono in larga misura irrilevanti per la spiegazione del comportamento osservato.