Gerardo Alicandro, Per un’arte della trasmutazione. Sulla filosofia di Nietzsche tra Verstellung e Verwandlung

“Solo chi si trasmuta mi resta parente” – così scrive Nietzsche nel 1884 in una poesia dal titolo provvisorio “Einsiedlers Sehnsucht”, inviata a Heinrich von Stein per ricordare i momenti trascorsi insieme a Sils-Maria, poesia che diventerà poi «Epodo» di Al di là del bene e del male (1886), un libro denso e definitivo sotto molti aspetti. Qualche verso prima, nella stessa poesia, si trovava un gioco lessicale tedesco intraducibile in italiano, che spiega con un lampo quanto detto successivamente in quella frase: “verwandt-verwandelt”. Gioco lessicale che allude a coloro che sono resi simili, “parenti” appunto, nella trasmutazione, in vivo contrasto con chi invece smette di trasmutare e per questo perde “parentela”, “amicizia” con Nietzsche, ma anche giovinezza, poiché invecchiando si perde l’occasione di una seconda e migliore gioventù, quella caratterizzata da continua, più saggia Verwandlung. Percorrendo questo lungo e stretto sentiero – in cerca di una vera e propria arte della trasmutazione da consegnare all’avvenire di un’umanità al di là del bene e del male – la filosofia di Nietzsche trova il suo più ampio respiro che questo libro tenta di restituire.

Una nuova ispirazione poetica percorre tutto il 1882, l’ultimo anno della Freigeisterei. Da un lato, con la pubblicazione degli Idilli di Messina e, dall’altro, ne La gaia scienza con il preludio “Scherzo, malizia e vendetta”. Ma solo dopo l’esperienza infelice del soggiorno in Sicilia accade l’evento che, a detta dell’autore stesso, sarà decisivo per la maturazione di un libro poetico che all’interno della sua opera rappresenta un unicum stilistico, forse non definibile. Dopo gli anni “scientifici” dello spirito libero, il filosofo confessa più di un timore verso il possibile effetto sul pubblico dello Zarathustra: è sicuro che nessuna autorità lo vorrà “come educatore della gioventù”; altrove dichiara di essere un educatore in cerca di discepoli per cui ha bisogno di gloria letteraria che però non sembra arrivare; si convince del fatto che con la pubblicazione di un’opera così apertamente “letteraria” il legame delle sue ultime opere con l’orizzonte scientifico sarà reciso e auspica che ci si dimentichi di lui per migliorare la ricezione del nuovo libro; teme critiche per la sua scrittura “da gallina”; ma d’altra parte si esprime anche in vari elogi di autoesaltazione circa il valore immenso del proprio lavoro.

Tra questi vari commenti a se stesso, va sottolineata la consapevolezza dell’opportunità di legare questa nuova opera alla “gaiezza della conoscenza”, una delle buone cose che egli ritiene di aver scoperto, riconoscendo che «insieme a mio figlio Zarathustra, debbo innalzarmi a una gaiezza molto più elevata di quanto finora potessi esprimere a parole». Proprio il termine di quella esperienza durata sei anni e caratterizzata da una severità quasi ascetica, fin nelle cose dello spirito, fu il preludio filosofico necessario per raggiungere una sensibilità adatta al nuovo compito:

Quanto a me, ho alle spalle una lunga e severa ascesi dello spirito, alla quale mi sono sottoposto di mia volontà, e di cui non tutti sarebbero capaci. Sotto questo aspetto gli ultimi sei anni sono stati quelli in cui mi sono imposto la più dura disciplina, e lo dico senza tener conto di quello che ho passato per aver ragione della cattiva salute, della solitudine, dell’incomprensione assoluta e della diffamazione. Comunque sia, anche questo gradino della mia vita l’ho superato – e quanto mi resta ancora da vivere (poco, penso!) mi servirà per esprimere, completamente e pienamente, le cose per amore delle quali sono riuscito a sopportare la vita. Il tempo del silenzio è finito: mi auguro che il mio Zarathustra, che deve esserti stato spedito in queste settimane, ti sveli a quali altezze è volata la mia volontà. Non lasciarti ingannare dall’impronta leggendaria di questo libriccino: dietro ognuna di quelle parole semplici e inconsuete c’è il mio credo più profondo e la mia intera filosofia. È un modo per cominciare a farmi conoscere – niente di più! – So molto bene che non esiste nessuno capace di fare qualcosa di simile a questo Zarathustra.

In queste affermazioni, pur importanti, Nietzsche non sembra essere del tutto sincero con l’amico Gersdorff, poiché nel descrivere il percorso affettivo e filosofico che lo condusse alla necessità di scrivere lo Zarathustra evita, stranamente, di parlare dell’evento senza il quale oggi non avremmo quel libro, ovvero l’incontro con Lou Salomé, conosciuta da Rée nella cerchia di conoscenze di Malwida von Meysenbug a Roma.

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