Nicolò Tarquini

Nicolò Tarquini, laureato in Filosofia all’Università di Perugia, ha conseguito il dottorato di ricerca in Filosofia presso la Pontificia Università Lateranense. Attualmente insegna filosofia e storia nei Licei. Segretario della sezione di Urbino della Società Filosofica Italiana (SFI), socio SiFiT (Società italiana di Filosofia Teoretica) e ASES (Associazione studi Emanuele Severino), si occupa prevalentemente di temi riguardanti la metafisica classica, con particolare riferimento al contesto italiano contemporaneo.

Tra i numerosi interlocutori con i quali Severino si è confrontato, una menzione speciale spetta a Gustavo Bontadini: il dibattito con quest’ultimo è probabilmente il più serrato tra i numerosi scambi di battute intercorsi nell’intero arco della produzione filosofica severiniana. Del resto Bontadini è stato il primo a reagire alle affermazioni contenute in Ritornare a Parmenide, e lo ha fatto indirizzando proprio a Severino il primo di una lunga sequenza di articoli che ha visto protagonisti i due filosofi, e che si è conclusa solo a metà degli anni Ottanta; la discussione più duratura di Severino non poteva che svolgersi con l’ex maestro, del quale il filosofo bresciano aveva condiviso, per alcuni anni, gli intenti di fondo dell’indagine filosofica. Peraltro, pur avendo come centro di riflessione le tradizionali categorie metafisiche, il dialogo si è spostato, per alcuni momenti, anche sulle tematiche riguardanti la fede e il suo statuto epistemologico.

Nella lunga polemica filosofica intercorsa tra i due filosofi, Bontadini ha sempre cercato di difendere il divenire ontologico dagli “attacchi” di Severino; si potrebbe dire che il suo intento sia stato quello di “salvare il divenire”, non nello stesso senso in cui la filosofia post-parmenidea ha inteso salvare i fenomeni dall’illusorietà in cui li aveva relegati il filosofo eleate. La metafisica classica ha inteso giustificare razionalmente il divenire affermandolo come reale nonostante la presenza del non essere ad esso inerente. Bontadini intende invece salvare il divenire (i fenomeni) da Severino, cioè dalla negazione del divenire da questi avanzata a partire da Ritornare a Parmenide e poi in modo ancora più radicale nel Poscritto. Probabilmente tale “salvataggio” aveva in lui una funzione strumentale, finalizzata cioè a mantenere una opposizione tra protocollo logico e protocollo fenomenologico la cui soluzione era da trovarsi nell’introduzione dell’Essere trascendente Creatore, quindi in definitiva, per rafforzare la propria rigorizzazione della metafisica. Questo è particolarmente evidente almeno a partire dall’articolo bontadiniano del 1965 in cui l’inferenza metempirica è affermata proprio per dirimere l’opposizione tra esperienza e logo. Se cioè, da un lato, la nuova rigorizzazione avviene tramite un notevole avvicinamento a Severino con lo sfruttamento della contraddittorietà del divenire in senso “severiniano”, d’altro lato, perché tale avvicinamento dia i suoi frutti va tenuto fermo il divenire attestato dall’esperienza, un aspetto sul quale, infatti, Bontadini non è disposto a fare sconti.

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