Umberto Galimberti, La condizione giovanile nell’età del nichilismo

In questo intervento Umberto Galimberti affronta il tema della condizione giovanile nell’epoca attuale, che definisce età del nichilismo. Ricorrendo a un ampio repertorio di riferimenti culturali, il filosofo compie un’analisi – a tratti inesorabile – della società attuale, concentrando la propria riflessione in particolar modo sulla formazione scolastica e l’educazione famigliare. Nello scenario disegnato risuonano allarmanti le contraddizioni che attraversano lo sviluppo degli individui, dall’età prescolare all’adolescenza, e che li rendono, loro malgrado, impermeabili all’urgenza di un cambio di passo richiesto dal vivere comunitario. Se non si agisce subito – se non si incide in maniera decisiva sulla sostenibilità ambientale, lavorativa, sociale, e in ogni aspetto che riguarda il vivente – il futuro non sarà il luogo della felicità e del miglioramento. Ma come fare, quando è l’idea stessa di futuro a essere enigmatica, confusa, o addirittura a non appartenerci più?

I giovani stanno male, piuttosto male.
Credo però che non stiano male solo per ragioni psicologiche. Tutti abbiamo passato la giovinezza, e tutti ricordiamo che l’adolescenza è stata un periodo di inquietudini, di oscillazioni, di umore, talvolta anche un tempo di disperazione, talvolta un tempo di entusiasmo esagerato, spesso di trasgressione… insomma, un’età instabile, inquietante. Ma per quanto riguarda i giovani di oggi penso che siano sofferenti per una ragione culturale. La ragione psicologica chiaramente sta sempre sullo sfondo, ma è accompagnata e aggravata da quella culturale. La ragione culturale consiste nel fatto che per loro il futuro non è una promessa. Miguel Benasayag, filosofo argentino che lavora in Francia, ha scritto un bellissimo libro, L’epoca delle passioni tristi. In questo libro sostiene, appunto, che per i giovani di oggi il futuro non è una promessa bensì una minaccia. Ora, io non so se sia possibile definirlo così nettamente come una minaccia, di certo si può dire che il futuro è imprevedibile. Quando quelli della mia generazione si sono laureati il futuro era lì ad attenderli, mentre oggi se uno si laurea, per esempio in filosofia, la prima cosa che si deve mettere in testa è che non insegnerà mai filosofia. E allora questo cambia molto le cose, perché se il futuro non è prevedibile non retroagisce come motivazione.

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