Fini senza scopi. Percorsi di neofinalismo tra Raymond Ruyer e Maurice Merleau-Ponty, V. Cavedagna e G. De Fazio (cur.)

Obiettivo che questo volume si propone non è né la ricostruzione filologica del dibattito finalistico nella storia (più o meno recente) della filosofia né una determinazione oggettiva del concetto di finalità, ma di ridare vita a un gesto teoretico del Novecento che non ha ancora esaurito la sua vitalità. Il pensiero neofinalista – che trova in Raymond Ruyer il suo padre putativo – può rappresentare un campo di ricerca fertile per affrontare temi d’attualità filosofica: dal rapporto tra il vivente e la macchina, alla portata “pratica” di una filosofia dell’organismo, passando per questioni più propriamente epistemologiche e cosmologiche.

La sfida di questo volume consiste nell’ibridare il pensiero neofinalista con la fenomenologia d’ispirazione dialettica di Maurice Merleau-Ponty, tentando di aprire sentieri filosofici che con troppa fretta sono stati considerati “interrotti”. Attraverso l’intreccio e il reciproco sporcarsi delle filosofie di Ruyer e Merleau-Ponty, il volume aspira a mappare quella che non può essere considerata una linea minoritaria di problematiche filosofiche.

Saggi di: Prisca Amoroso, Veronica Cavedagna, Gianluca De Fazio, Francesco Di Maio, Alberto Giustiniano, Giovanni Leghissa, Francesco Pugliaro

Quando si pensa al concetto di finalità probabilmente è la nozione di vita, o di vivente, che più le si avvicina. La correlazione tra finalità e vita/vivente esprime una dimensione complessa del pensiero filosofico moderno europeo. Esse hanno in comune, per usare un’immagine di M. Merleau-Ponty, una selvatichezza (brut) che le rende difficilmente sussumibili entro i confini troppo rigidi di un sistema categorico, pena lo smarrimento della dimensione fondamentale che le caratterizza. L’irriducibilità della finalità e della vita agli “apparati di cattura” dell’intelligenza trascendentale è tuttavia ambigua. Se la riduzione intellettualistica perde di vista ciò che di più proprio vi è nella vita e nella finalità (la selvatichezza di cui sopra), una filosofia che tematizzi tale irriducibilità finisce con il generare il suo opposto complementare, lasciando proliferare una vera e propria ideologia irrazionalistica che, come la sua rivale intellettualista, accoglie i limiti dell’intelligenza e si “accontenta” di cogliere intuititvamente l’ineffabile della vita e della finalità rivendicando – intellettualmente (sic!) – un primato dell’immediato sul sistema, perdendo quel che voleva “salvare”, la selvatichezza della finalità e della vita.

Vi è, però, un altra via che sembra percorribile, forse, al fine di evitare tanto una sussunzione della finalità e della vita alle categorie dell’intelletto quanto una distruzione della ragione. Questa via, ci sembra, non è ancora stata totalmente cartografata dal pensiero filosofico, essendo stata considerata, almeno fino agli inizi di questo secolo, come un “sentiero interrotto”. Un’ipotesi possibile potrebbe essere quella di distinguere (secondo il principio che la distinzione non è separazione) tra teleologia e finalità. A pensarci bene, è stato Kant che per primo ha azzardato questo passaggio. Certamente, Kant non poteva giungere a un vero e proprio “pensiero della finalità”, il quale presupporrebbe una svolta ontologica della filosofia trascendentale. Eppure, Kant è stato un vero e proprio pioniere, un avventuriero del pensiero che si è avviato e ha portato con sé, nella sua profonda inattualità, la propria posterità nei mari tempestosi del problema finalistico riabilitandolo criticamente.

Con questo passo non siamo ancora entrati nel campo di quello che R. Ruyer chiamerebbe neofinalismo, ma certo ne è conditio sine qua non. L’analisi dei rapporti tra finalità e teleologia nella Critica del Giudizio meriterebbe tutt’altro studio e tutt’altro spazio, ma ci sia concesso, qui, di riportare sommariamente alcuni aspetti per noi centrali. Se la natura “inorganica” è meccanica, così come sappiamo grazie all’ambito teoretico della filosofia trascendentale, la natura “organica” non è meccanizzabile. Tra i due ambiti naturali appare una cesura netta. Di fronte al regno vegetale, animale, vivente in generale siamo costretti a supporre un regno dei fini della natura.

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