Bruno Moroncini, La lettera che cade. Jacques Lacan e l’uomo come scarto

Per Freud l’astronomia copernicana, l’evoluzionismo darwiniano e la scoperta dell’inconscio avevano relegato l’uomo alla periferia dell’universo: non ne occupava più il centro come aveva creduto per millenni. Jacques Lacan ha completato l’opera della distruzione dell’illusione umanocentrica: l’uomo è scarto, residuo. Di più: escremento, spazzatura e detritus. Il libro ricostruisce questa tesi estrema sull’essenza dell’uomo mettendo a confronto l’insegnamento lacaniano con i più vari aspetti della produzione culturale soprattutto novecentesca: in primo luogo, la letteratura (Gide, Poe, Blanchot), poi la filosofia (il decostruzionismo, la ricerca genealogica di Michel Foucault, il pensiero di Bataille e l’ermeneutica di Ricœur), quindi il campo delle scienze umane (Saussure, Lévi-Strauss) e la logica moderna e la teoria degli insiemi (Boole, Cantor). Per arrivare alla fine a ipotizzare un nuovo discorso sulla natura dell’umano, e dunque una nuova antropologia: l’antropologia dei rifiuti.

Il seminario sulla relazione d’oggetto ha fra gli altri il merito specifico di far vedere, per così dire in vitro, non solo in concreto ma addirittura in individuo per parafrasare Kant, ciò che, dieci anni dopo, il saggio La scienza e la verità, poi rifluito negli Écrits, tematizzerà compiutamente sul piano della teoria: vale a dire il netto rifiuto delle cosiddette scienze umane che nell’intento di ancorare il soggetto della scienza moderna di nuovo alle sue radici naturali sono costrette a cedere a ciò che Lacan chiama l’“illusione arcaica”, all’idea cioè che, prima di diventare adulto, ossia razionale e pensante, il soggetto attraversi una fase infantile e primitiva caratterizzata da un’attività prelogica e da forme di pensiero magico-animistiche. In base a un “classico” delle scienze umane l’equiparazione fra il fanciullo e il primitivo, il primo assunto come esempio della sopravvivenza del buon selvaggio fin dentro i fasti nefasti della civilizzazione, il secondo della tristemente perduta infanzia dell’umanità, sottrae a entrambi il dono della logica e dell’attitudine al pensare e li esclude dal novero degli elaboratori di teorie.

Il seminario sulla relazione d’oggetto, ripercorrendo l’itinerario freudiano nell’interpretazione del caso clinico del piccolo Hans e soprattutto adottando come modello teorico per la sua comprensione la mitologica di Lévi-Strauss, spazza via l’illusione arcaica delle scienze umane e dimostra come sia il bambino che il cosiddetto primitivo non solo pensino, pervenendo a gradi altissimi di astrazione e di formalizzazione, ma in più adottino una logica che, se rischia di non essere riconosciuta come tale, lo deve al fatto di non coincidere con quella di impianto aristotelico e anzi di mostrarsi imparentata con le versioni più moderne del pensiero logico-matematico.

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