Com’è possibile conoscere ciò che non si lascia conoscere? La cosiddetta «teoria delle idee» cercava a suo modo di intercettare questo interrogativo, e con un ardire alquanto ironico evitava accortamente di rispondervi. Assecondando la dialettica platonica, occorre sfibrare la parola finché non rimane più niente da dire, finché resta, semmai, qualcosa da contemplare.
Ai margini del linguaggio brilla l’idea, che Plotino scorge come atto anziché come fatto, come segno anziché come significato, come vita anziché come dottrina. Per questo «principe dei Platonici» l’idea nomina un innominabile: l’evento o il reale, l’intempestivo o l’inattuale cui la filosofia non smette di tornare, riscoprendo ogni volta la sua origine greca.
Con un tratto dunque insistente e insieme errante, questo scritto restituisce i presupposti dell’eidetica plotiniana nella continua reversione di monismo e pluralismo delle forme. Mimando lo stile visionario delle Enneadi, esso s’impegna a ricreare uno stesso – l’Uno, l’idea – da molteplici angolazioni prospettiche, mostrando che di quel che v’è di più pregevole ed enigmatico – la singolarità di ogni cosa – ci si può appropriare soltanto diventandone paradigma.
La dissoluzione del mimetismo ingenuo prospettata da Plotino presuppone lo sgombero dell’equivoco dualistico sorto in seno alle ricezioni pitagorizzanti della cosiddetta dottrina dei principi degli Accademici, nonché alle letture proto-gnostiche del Timeo. Il pensiero attenta in fondo all’unità del vivente, compromettendo la semplicità indivisibile del reale, non risolvibile in una molteplicità di parti estese (partes extra partes), non appena istituisce diarchie anelastiche e dualità irrigidite, frapponendo tra i poli considerati un intervallo vuoto, una discontinuità invalicabile, ossia una specie di nulla. In sintonia, ancora, con l’orientamento filo-eleatico del Parmenide, la raffinata dialettica di continuo e discreto su cui s’innesta l’eidetica monadologica, estromette questo Due annichilente. Essa satura le dieresi della δόξα nella pienezza di una potenza univoca, ovunque circolante benché in maniera mai uniforme, capillarmente presente in ciascun luogo, pur assumendo un aspetto diverso di sede in sede.
Inseguendo una nozione di molteplicità non quantitativa né distributiva, tale da fugare l’aritmetizzazione emorragica insinuata dagli elenchi zenoniani o megarici, l’iconologia plotiniana si affida a un Due qualitativo e topologico, con lo scopo di prevenire lo scollamento dell’intensità dall’estensione, della forma dalla materia, della potenza dall’atto. La δύναμις che innerva tutte le cose, cui giustamente i predecessori diedero il nome di «Uno», procede senza cesure, inoltrandosi non altro che in se stessa: «è come una vita distesa in tutta la sua lunghezza (οἷον ζωὴ μακρὰ εἰς μῆκος ἐκταθεῖσα)», si legge nel breve trattato 11, in cui «ciascuno dei tratti è diverso dall’altro (ἕτερον ἕκαστον τῶν μορίων ἐφεξῆς), ma il tutto, in sé, è senza interruzione (συνεχὲς δὲ πᾶν αὑτῷ), e pur nelle specifiche differenze (ἄλλο δὲ καὶ ἄλλο τῇ διαφορᾷ), il momento precedente non si annulla nel successivo (οὐκ ἀπολλύμενον ἐν τῷ δευτέρῳ τὸ πρότερον)». Come auspicavano congiuntamente Parmenide ed Eraclito, l’Uno trasporta se stesso, e trasportandosi si differenzia; l’Uno coincide, per meglio dire, con la differenziazione continua o con la rigenerazione inesausta di sé, senza implicare l’alterazione di un sostrato, e senza l’intrusione, più in generale, di una negazione (οὐκ ἀπολλύμενον).