Chi è il dotto? Qual è il suo ruolo nella società? Quali sono le sue competenze specifiche e la sua funzione? E cosa s’intende quando si parla di una sua missione o destinazione? Sono queste le domande che Fichte affrontò in un corso di lezioni tenute all’Università di Jena nel 1794.

Il successo straordinario tra il pubblico del tempo mostra non solo il sèguito che Fichte era capace di suscitare ma anche il fatto che il tema affrontato non era unicamente destinato a specialisti. Nel delineare la figura del dotto Fichte approfondisce la propria idea di società (e la differenza rispetto allo Stato) come un’articolazione dinamica che funziona grazie alla cooperazione tra diverse professionalità. Inoltre ci parla del modo in cui il soggetto costituisce la sua identità, della relazione tra ragione e sensibilità, della concezione aperta e progressiva della storia, di un innovativo modello di cultura, e infine della critica mossa a Rousseau. Quel che ne risulta è uno scritto limpido e agile che fornisce uno spaccato magistrale del pensiero filosofico di Fichte ma insieme spunti stimolanti per continuare a riflettere sulla funzione educativa e su quella intellettuale, sulle prerogative, gli obblighi e le responsabilità rispetto alla società, su chi non è dotto, su chi non lo sarà e su chi aspira a diventarlo.

Sulla destinazione del dotto

Oggi devo parlare della destinazione del dotto.

Con questo argomento mi trovo in una posizione particolare. Voi tutti, miei signori, o almeno la maggioranza tra voi, avete scelto le scienze come occupazione della vostra vita, e io come voi. Voi tutti – così si può supporre – impiegate tutta la vostra energia per poter essere annoverati con onore nel ceto dei dotti; e io ho fatto e faccio lo stesso. Devo dunque, come dotto, parlare della destinazione del dotto davanti a coloro che si avviano a diventare dotti. Devo indagare il tema in modo approfondito; per quanto mi è possibile, esaurirlo [e] nell’esposizione della verità non fare andare sciupato niente. E nel caso scoprissi per questo ceto una destinazione assai venerabile, assai elevata, di molto eccellente rispetto a quella degli altri ceti, come mi sarà possibile presentarla senza ferire la modestia, senza sminuire gli altri ceti, senza apparire accecato dalla boria di sé?

D’altra parte io parlo da filosofo, al quale incombe di determinare in modo netto ogni concetto. Cosa posso opporre al fatto che nel sistema viene il turno proprio di questo concetto? Io non devo rimettere niente alla verità riconosciuta. Essa è sempre una verità, e anche la modestia deve esserle subordinata, la quale poi è una falsa modestia se alla verità recasse danno. Lasciateci anzitutto esaminare il nostro argomento con freddezza e come se non avesse alcuna relazione con noi; esaminarlo come se fosse un concetto proveniente da un mondo a noi completamente estraneo. Tanto più lasciateci affinare le nostre prove d’argomentazione. Non fateci dimenticare ciò che a tempo debito ho intenzione di rappresentare con non minore forza: ossia che ogni ceto è necessario, che ognuno merita la nostra considerazione; che non è il ceto in sé ma il dignitoso affermarsi di esso a nobilitare l’individuo; e che ognuno è degno di onore solo nella misura in cui, nella progressione di gradi, egli si avvicina il più possibile al completo adempimento del suo ruolo; che infine perciò il dotto ha motivo di essere il più modesto di tutti perché gli è dato un fine dal quale rimarrà sempre molto distante, perché deve raggiungere un ideale assai elevato al quale di solito si avvicina solo da una grande distanza.

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