Trenta brevi saggi, nati come interventi mensili sulle pagine della rivista Passion&Linguaggi, danno vita in questo volume a un itinerario di riflessione che unisce profondità filosofica e attenzione all’esperienza concreta dell’uomo. Parole comuni – guerra, silenzio, maschera, festa, semplicità, ironia – diventano soglie attraverso cui interrogare le questioni più decisive dell’esistenza.
Minima Ethica non propone un codice morale né un repertorio di precetti. È piuttosto un laboratorio di pensiero, in cui l’etica viene riscoperta come espressione della verità dell’essere e come chiamata universale alla pienezza. Nel solco della grande tradizione filosofica realista, queste pagine offrono un cammino essenziale ma rigoroso, che invita ciascuno a riscoprire, nella complessità del presente, la propria vocazione al vero e al bene.
Che la società in cui viviamo fatichi a rapportarsi serenamente con l’esperienza del silenzio è evidente. Per l’uomo postmoderno il silenzio si configura come una zona oscura, un vuoto, una situazione portatrice d’angoscia che, come tale, va esorcizzata e riempita di voci e rumori: apparendo nel suo immaginario come un quid associabile alla solitudine, allo spaesamento, alla noia, alla malattia e al dolore, il silenzio gli si manifesta come una forma negativa di passività dalla quale occorre tenersi il più distante possibile. Tale percezione è evidentemente falsificata e falsificante: si tratta di una lettura delle cose che deriva dalla convinzione erronea che il silenzio sia il contrario della comunicazione.
A ben vedere esso possiede un’impareggiabile forza comunicativa; nel momento in cui si diventa capaci di intenderne la fisionomia, il silenzio diventa una soglia d’accesso ad un livello di lettura profondo della nostra identità e del Mistero che, pur essendo altro da noi, ci costituisce nell’intimo. Oggi, per tanti, è quasi impossibile avvedersene. Perché questo accade? Forse la risposta a tale interrogativo va ricercata nella diffusa difficoltà a fermarsi sull’esperienza del silenzio raccogliendosi presso di sé e – insieme – nell’incapacità generalizzata di ascoltare e di misurarsi col silenzio per coglierne il segreto.
Da un lato c’è la ritrosia dell’uomo contemporaneo a rallentare, dapprima, e ad arrestare, poi, il movimento frenetico che segna la sua vita, un’esistenza che, per restare viva, pare chiamata a correre e che, a causa di questa miope prospettiva, finisce per essere percepita come un movimento senza scopo, un correre per correre non finalizzato al raggiungimento di alcun orizzonte in cui riposare ma teso unicamente a perpetuare se stesso, fino alla consunzione.