Matteo Lupoli è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia dell’Università di Bologna. Collabora stabilmente con il Cidospel (Centro internazionale di documentazione e studi sociologici sui problemi del lavoro) e si occupa principalmente dello studio delle relazioni tra trasformazioni del lavoro, degradazione ambientale e crisi ecologica. Attivista prima che ricercatore, ha scritto vari contributi per riviste, giornali e blog.
Quando pensiamo al turismo balneare, vengono subito in mente lunghe distese di sabbia affacciate sulle acque calme del Mediterraneo, costellate di stabilimenti e ombrelloni, a loro volta affollati dai turisti alla ricerca di refrigerio e svago. È a questi paesaggi che guarda la ricerca da cui prende forma questo libro, ma per comprendere davvero come tutto sia iniziato, bisogna spostare lo sguardo altrove, verso le coste inglesi, battute dai venti dell’Atlantico, dove il turismo balneare cominciò a prendere forma circa tre secoli fa. La maggior parte degli studiosi concorda nel ritenere che le radici del turismo moderno affondino nella pratica del Grand Tour, i viaggi formativi intrapresi dai giovani aristocratici europei tra XVI e XIX secolo. Sebbene il termine sia di origine francese, fu in Inghilterra che l’usanza prese piede, rimanendo per lungo tempo un privilegio delle élite. Guidati dal desiderio di riscoprire i luoghi della cultura classica, aristocratici e intellettuali incoraggiavano i giovani rampolli a viaggiare verso l’Italia e la Grecia (le stesse terre che, secoli più tardi, sarebbero diventate tra le mete turistiche più note del Mediterraneo). Altri autori, come Carlo Goldoni o Annunziata Bernino, propongono invece una ricostruzione storica delle origini in parte diversa. Secondo loro risalirebbero alla villeggiatura, una pratica ancor più antica e diffusa al tempo dell’Impero Romano, quando i patrizi erano soliti trascorrere lunghi periodi nelle campagne o lungo la costa, alla ricerca di quiete e benessere. La differenza principale rispetto al Grand Tour sta nel movente: non l’educazione o la formazione, ma l’evasione dalla routine quotidiana, un bisogno che ritroviamo al centro delle vacanze contemporanee. All’epoca, tuttavia, il mare era considerato un ambiente ostile, mentre le acque termali godevano di grande prestigio per le loro virtù curative. Con la caduta dell’Impero Romano e l’affermarsi del cristianesimo, la pratica dei bagni collettivi venne progressivamente abbandonata, dato che le nuove norme morali scoraggiavano le immersioni pubbliche, giudicate promiscue. Nel Rinascimento ebbe luogo una breve parentesi di riscoperta delle terme, ma fu verso la fine del Seicento, ancora una volta in Inghilterra, che il termalismo tornò davvero in auge, quando le stazioni termali divennero centri di attrazione e intere località si specializzarono nei bagni terapeutici. Da questa stessa cultura nacquero, verso la fine del XVII secolo, i primi stabilimenti balneari. Si «guardava al mare con gli occhi del termalismo»: la riva era concepita come un’estensione delle acque curative e per lungo tempo la dimensione terapeutica rimase la principale motivazione dei soggiorni costieri. Non a caso, molte delle prime località balneari sorsero nei luoghi dove operavano i medici più attivi nel promuovere le virtù dell’acqua marina.