Matteo Gerli

Matteo Gerli è ricercatore senior in sociologia dei processi culturali presso l’Università per Stranieri di Perugia, dove insegna Sociologia dei media, Digital Sociology e Comunicazione politica nella società multiculturale. I suoi interessi di ricerca intrecciano questioni teoriche ed empiriche relative alla sociologia della comunicazione e dei media e alla sociologia della scienza e della conoscenza. Tra le sue pubblicazioni più recenti, si segnala il volume L’Europa della conoscenza. Politica della ricerca e scienze sociali in prospettiva transnazionale (Milano 2022).

Nel vasto panorama della ricerca sui media e il giornalismo, il presente volume intende esplorare la possibilità di mettere a frutto il potenziale euristico di una prospettiva sociologica di tipo relazionale. In particolare, ci si propone di esaminare se e come la sociologia relazionale possa costituire una proposta convincente per l’analisi delle dinamiche che informano la produzione e circolazione di notizie.

La teoria relazionale della società vanta infatti una genealogia d’eccezione, che può essere fatta risalire alle opere di autori illustri del pensiero (proto-)sociologico quali Georg Simmel, Karl Marx, Marcel Mauss, Émile Durkheim, Max Weber, George Herbert Mead, Gabriel Tarde e Alfred Schütz. Proprio questo suo essere un elemento congenito al pensiero sociologico, oltre che oggetto di riflessione da parte di scuole e autori molto distanti per orientamento epistemologico e antropologico, rende però la prospettiva relazionale qualcosa di altamente “scivolo” e perciò stesso controverso. Sembra pertanto non solo lecito, ma addirittura doveroso iniziare questo itinerario domandandosi che cosa abbia di particolare la sociologia relazionale e di quali vantaggi essa possa essere apportatrice rispetto ad altri tipi di sociologie “non relazionali”.

Seguendo la traccia proposta da François Dépelteau nel suo Handbook of Relational Sociology, si può in questa sede abbozzare una risposta che tenga conto di tre principali dimensioni. La prima dimensione attiene all’organizzazione del lavoro intellettuale, al modo cioè in cui la mancanza di una teoria sociale, coerente e unificata, della relazione non ha impedito – per certi versi, come vedremo, ha forse favorito – il costituirsi di «un movimento intellettuale» transnazionale aperto al confronto tra una pluralità di punti di vista che sono al contempo antagonisti e complementari. La seconda dimensione, invece, ha a che fare con l’aspirazione trasformativa di coloro che, riconoscendosi come membri del suddetto mo­vimento, propongono un cambiamento, orientato relazionalmente, nel modo in cui la ricerca sociale può con­tribuire a un miglioramento di ciò che chiamiamo “società”. Infine, la terza dimensione riguarda gli aspetti più squisitamente epistemologici (meta-teorici) e metodologici, vale a dire il confronto su ciò che costituisce l’unità analitica più appropriata per lo studio scientifico della vita sociale e, parimenti, la definizione degli strumenti teorico-concettuali e metodologici necessari per studiare il mondo sociale dal punto di vista delle relazioni.

Con riferimento alla prima delle tre dimensioni sopra elencate, la sociologia relazionale si è venuta formando attraverso l’apporto di correnti di pensiero tanto distanti sotto il profilo delle premesse ontologiche ed epistemologiche quanto capaci di convergere verso il medesimo fine conoscitivo, vale a dire quello di promuovere una comprensione più approfondita delle dinamiche sociali e delle interdipendenze tra differenti tipi di interagenti (interactants), individuali e collettivi, attraverso la “forza esplicativa” del concetto di relazione. In breve, la «svolta relazionale» (relational turn) – come è stata ribattezzata per sottolinearne l’incompiutezza rispetto a una teoria generale del mondo sociale che presenti caratteri propri di un paradigma – si è realizzata attraverso una sequenza di «assemblaggi multipli decentralizzati» che, a partire da un nucleo originario di studiosi newyorkesi, riuniti intorno alle figure di Harrison White e Charles Tilly (Columbia University) e al loro lavoro sui temi delle reti sociali, della cultura e delle identità, ha esteso le sue radici in Europa e oltre.

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