Anna Guerini, Maternità democratiche. Donne e governo in Alexis de Tocqueville e Gustave de Beaumont

Questo volume analizza le riflessioni di Alexis de Tocqueville e Gustave de Beaumont sulla subordinazione delle donne, per mettere in luce il fulcro patriarcale della moderna democrazia liberale. Modello del sacrificio e della moderazione del desiderio e strumento di contenimento delle molteplici istanze rivoluzionarie innescate dal principio di eguaglianza, la donna di Tocqueville e Beaumont è chiamata a svolgere una precisa funzione sociale e politica. Per determinare questa funzione, condensata nella formula governo materno, l’analisi sviluppata in queste pagine indaga le specifiche declinazioni del nesso, stabilito dai due autori, tra subordinazione delle donne e ordine sociale, con riferimento agli spazi metropolitani (Stati Uniti e Francia) e imperiali (Algeria, Caraibi francesi e Irlanda). Il tentativo di confinare il movimento democratico nel perimetro disegnato dalla figura dell’individuo proprietario e lavoratore si esplicita, quindi, nella contrapposizione tra la madre di famiglia, garante di una libertà individuale misurata sulle esigenze delle società industriali, e le rivendicazioni delle donne, degli operai, dei colonizzati e degli schiavi, svelando il legame tra patriarcato e liberalismo.

Con Marie e con il capitolo Sulla convivenza delle tre razze, Beaumont e Tocqueville mostrano di essere consapevoli di trovarsi di fronte a una questione epocale. Inquadrate le dinamiche conflittuali tra bianchi e neri, si tratta per loro di abbozzare i possibili esiti di una lotta inevitabile, in un momento in cui il mito del nero mite e servile è messo sotto scacco dalla «paura di insurrezione» degli schiavi. Una paura suscitata dalla rivolta di Nat Turner – scoppiata il 21 agosto 1831, mentre Tocqueville e Beaumont visitano Buffalo –, dall’esperienza delle Black Conventions e dalla diffusione capillare di testi come l’Appello ai cittadini di colore del mondo di David Walker del 1829, che polemizzano con i meccanismi di integrazione progressiva al piano dell’universalità sviluppati in quegli anni anche negli ambienti abolizionisti bianchi. Il territorio dell’Unione si presenta solcato dalla stratificazione di schiavi, neri liberi e mulâtres, che mostra come la distinzione razziale operi quale «fatto materiale e permanente». Per Tocqueville e Beaumont, il riferimento ai mulâtres, per i quali, come scriverà l’abolizionista nero Cornish, «il vero terreno di lotta tra libertà e schiavitù è il pregiudizio contro il colore», e ai neri liberi, con cui «un’aristocrazia fondata su segni visibili e imperituri» rifiuta di fondersi, è determinante: è la domanda sul loro futuro a costituire la vera posta in gioco di ogni ipotesi di abolizione della schiavitù. A muoverli è la consapevolezza – e la paura – di dover fare i conti con il popolo nero in rivolta, perché se la mixité è l’unica soluzione contemplabile all’«état de guerre» tra bianchi e neri, entrambi sanno che la discussione sulle modalità del suo raggiungimento chiama in causa i fondamenti della democrazia.

Al netto di questa consapevolezza comune, Marie e il capitolo tocquevilliano non sono del tutto sovrapponibili: il fatto che Beaumont dedichi l’intero testo a temi che Tocqueville condensa in un capitolo è di per sé indicativo, ma la differenza è più profonda. Nell Irving Painter l’ha ben sintetizzata, scrivendo che «per Beaumont, il virulento e violento pregiudizio nordico anti-nero ha fornito l’indice del carattere americano, non l’uguaglianza onorata da Tocqueville». Se per entrambi lo stato sociale democratico è il combinato disposto di leggi e costumi, Beaumont crede che, per comporre l’affresco della società statunitense e comprendere il permanere della schiavitù che la caratterizza, il punto di vista del cittadino titolare di diritti non sia sufficiente: è necessario farlo dialogare con quello dell’emigrato francese, che vede disattese le speranze riposte nella nazione simbolo dell’eguaglianza e della libertà, e con quello della donna di colore, doppiamente esclusa dallo spazio della cittadinanza.

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