Marx è veramente esistito? I libri che vanno sotto il suo nome e quello di Engels, e che danno come chiave interpretativa della storia la lotta di classe, sono realtà storica o leggenda? E se rispondono a realtà, vanno considerati ancorati alla storia dei nostri giorni, o invece l’equivalente laico dei vangeli, testi di una chiesa che con essi nulla ha da spartire?
Domande retoriche, evidentemente; senza tuttavia che si possa negare che con quel che si legge ogni giorno, si può anche dubitare che sia mai stato dimostrato che il capitalismo non ha altra finalità che la propria riproduzione, per cui supporre di “migliorarlo” (razionalizzarlo), è sperare (come si diceva il secolo scorso) che il papa si converta al socialismo.
Si dirà che ciò avviene per le teorizzazioni e la prassi della sinistra tradizionale, che si comporta come se il “problema sociale” consistesse esclusivamente nell’operare per una “più giusta” ripartizione del reddito, venendo a patti – a questo scopo – con un sistema che per sopravvivere e svilupparsi deve trarre plusvalore dal produttore, che alla lunga, come produttore collettivo, finirà sempre per pagare, anche se il sistema, per rabbonirlo, gli concede le briciole del supersfruttamento del così detto terzo mondo.
In realtà però l’attuale crisi, chiaramente strutturale, si direbbe che spaventi di più i marxisti, anche quelli non tradizionali, che i capitalisti detentori dell’egemonia economica e politica. «La recessione – scriveva il 27 agosto un giornale della nuova sinistra – spezza l’unità del movimento che è il patrimonio più alto del sindacalismo italiano, apre la strada alla disgregazione di quel fronte sociale di alleanze che dal ’69 in avanti è cresciuto intorno alla classe operaia, spalanca varchi incontrollabili ai fautori di una svolta autoritaria». Come dire: poiché è pericoloso che il capitalismo sia in crisi, possiamo batterci per la ripresa produttiva, naturalmente con l’austerità di fra Cristoforo che nulla concede alla disinvoltura di don Abbondio; l’importante è che dagli sfruttati, carenti di coscienza di classe, non si levi il grido “si salvi chi può”; grido che significherebbe in pratica disintegrazione del “movimento” e disco verde per la violenza padronale non più truccata da democrazia.
Se questa impostazione è dato trovare là dove ci si autodefinisce rivoluzionari, come condannare il povero René Dumont (l’autore de L’utopie ou la mort), che, presentandosi come candidato del movimento ecologico al primo turno delle presidenziali francesi, affermava candidamente: «Una volta assicurati cibi e alloggio, non c’è problema più importante dell’ambiente per il futuro della Francia?».
Dumont non si chiede chi debba assicurare cibo e alloggio; ignora che se questi beni vengono dal capitalismo, essi non possono essere disgiunti dalla rapina di plusvalore, tanto più grande quanto maggiore è la produttività, che sottende sfruttamento dei produttori per un lato, e depauperamento per l’altro delle risorse naturali.
Quanti miliardi hanno consentito di risparmiare alla Montedison i così detti fanghi rossi? Quando poi entrassero in funzione a Scarlino i depuratori, a pagarli sarebbero gli sfruttati con l’aumento dei prezzi, senza dire che la produzione di tali depuratori avrebbe fatto salire il livello dell’inquinamento, se non altro per l’energia richiesta, quasi tutta prodotta con processi inquinanti.
Dumont non sa quel che si dice, proponendo ai francesi, come ha fatto, la scelta fra “ecologia e morte”; non sa che per fare ecologia (risparmiare l’uomo e la natura), bisogna distruggere il sistema, che per sopravvivere deve sfruttare, inquinare, fare la guerra.
Gli usa, nazione guida dell’imperialismo, dispongono di tante armi da poter rendere impossibile, non una, ma più volte, la vita dell’uomo sulla Terra. Ed è anche per la presenza di queste armi, dislocate in tutto il mondo, che l’ambiente è sottoposto a degradazione, e che ci si inquina moralmente a tal punto da accettare come normale qualsiasi realtà (vedi Vietnam) o prospettiva (guerra nucleare) di fronte alle quali i campi nazisti di sterminio si sviliscono a puro dilettantismo terroristico. Basta leggere, per averne conferma, l’articolo di Barry Carter, Strategia e armi nucleari nel numero di Le Scienze dell’agosto 1974, dove si distingue fra mezzi «soffici» e «duri», fra cioè armi che distruggano «solo» un quarto o un quinto della popolazione sovietica e metà o i tre quarti del suo potenziale produttivo, o realizzino la «soluzione finale», che, manco a dirlo, nessuno vuole, a meno che non ci siano fondati dubbi che il dirimpettaio nucleare non progetti di attaccare l’America. Quanto alla Cina, «sarebbe sufficiente usare contro» di essa «una parte delle testate nucleari in eccesso rispetto a quelle richieste per compiere la missione di distruzione assicurata contro l’urss». Come dire che mentre con la destra si fa il deserto in urss, col mignolo della sinistra («poche testate nucleari fatte esplodere su 50 centri urbani cinesi», causando la morte di «più di 50 milioni di persone») si paralizza la Cina.
L’urss, sempre secondo l’articolista, sarebbe in grado, in ogni caso, di reazioni così «dure», da far riflettere seriamente prima di tentare ai suoi danni una «soluzione finale». La Cina no, ma si può presumere che, se non sarà distrutta prima, avrà anch’essa un giorno un arsenale nucleare-missilistico molto “duro”. Intanto la Francia continua i suoi tests e l’India muove i primi passi verso il “club atomico”, cui mira anche Israele.
Tutto logico, tutto normale, così come le così dette guerre locali e i golpe ormai endemici in questa fase dell’imperialismo caratterizzata dall’egemonia americana. Oggi è di scena l’Angola, due anni fa toccò al Cile, prima c’era il Vietnam; c’è stato San Domingo, il Guatemala e tutta una sfilza di paesi giudicati degni d’essere retti da gorilla e colonnelli; un nuovo Vietnam è ipotizzato da Science for the People (luglio 1974) nelle Filippine. Intanto in Italia si è passati dalla strage di Stato all’istituzionalizzazione della strage in attesa di “tempi migliori”.
In questo processo di dirompente lacerazione ambientale e morale, derivante dalla necessità del capitale di riprodursi a livello di multinazionali, rientra anche la così detta malattia del secolo, il cancro, che, contrariamente a quanto generalmente si crede, non risponde a una univoca forma patologica, ma a un’intera classe di malattie, che superano il centinaio. In proposito Giulio Maccacaro nella prefazione de La ricerca illimitata (Renzo Tomatis, Feltrinelli, Milano 1974) osserva che questa classe di malattie sono «interne al sistema»; come indirettamente conferma Science, dove si legge (editoriale del 7 dicembre 1973) che «diversi esperti in epidemiologia stimano che dall’80 al 90% dei tumori maligni possono collegarsi con fattori ambientali»; onde si dovrebbe dedurne che unico rimedio è, l’abbattimento del sistema, per sostituirlo con un altro che, anziché risparmiare (riprodurre) il capitale, risparmi l’uomo. In realtà, lo stesso sistema che, con l’inquinamento, produce il cancro, dà luogo alla lucrosa “ricerca illimitata” di fantomatiche terapie, che dovrebbero consentirci di cavarcela in un mondo in cui il capitale, per riprodursi, satura l’atmosfera, fra l’altro, di fattori cancerogeni.
Chi lavora all’ipca di Ciriè (Torino) sa di sicuro di avere molte probabilità di morire di cancro (Sapere, marzo 1974). Cancerogeni sono «alcuni aloeteri molto usati nell’industria chimica e, in Italia, in particolare dalla Montedison. Nel gennaio 1974 è stato segnalato che il cloruro di vinile – composto di base per la preparazione di tutte le plastiche viniliche che ci sommergono ogni giorno di più – produce un tumore maligno del fegato umano». (Maccaccaro, prefazione citata). In usa e Gran Bretagna «sono state portate le prove del drammatico aumento di rischio per quanti lavorano nei forni a coke o nelle acciaierie di ammalarsi di cancro nel giro di non molti anni.» (Il Messaggero, 26 agosto 1974). Quale scienza potrà mai trovare rimedio a ciò, arrestare la marea delle malattie raggruppate sotto il nome generico di cancro? Che è poi lo stesso che chiedersi: quale scienza potrà liberare l’uomo dallo sfruttamento, dall’inquinamento, dalla guerra?
Ora, se Marx fosse veramente esistito, e avesse scritto quel che gli si attribuisce, non potrebbero esservi dubbi circa la risposta da parte di un marxista: la scienza rivoluzionaria che, in quanto tale, si estrinseca nella lotta senza quartiere per rovesciare il sistema. Ma dove trovare il marxista che oggi vi dia tale risposta? Onde il sospetto (sia pure retorico) che Marx sia leggenda, o, se è esistito, sia diventato un ideale “dover essere”, qualcosa come la morale cristiana, buona a tutti gli usi, secondo le circostanze storiche e l’interesse particolare e di gruppo.
Convinto dell’esistenza storica di Marx e dell’esigenza, se ci si richiama a Marx, di portare avanti la sua critica materialistica-dialettica, è Jean Fallot, che, in Sfruttamento, inquinamento, guerra, ripropone, con riferimento al quadro storico attuale, la tematica marxiana della lotta di classe per la liberazione dell’uomo, nonché, dati i tempi, per la sua sopravvivenza, non essendo pensabile che la vita umana possa perdurare per molto tempo ancora sul nostro pianeta, se si continua a prediligere nella produzione (e quindi nel rapporto con la natura) il capitale.
La strada che imbocca Fallot è intuibile già dall’epigrafe, che è una citazione marxiana: «dire che c’è una base per la vita e un’altra per la scienza è manifestamente menzognero». Identica la base della vita e della scienza, non potendosi concepire scienza autonoma rispetto alla vita, che è nello stesso tempo – per quanto riguarda l’uomo – natura e società (sistema di rapporti di produzione). Evidente, così stando le cose, che ogni sistema di rapporti di produzione ha la sua scienza. Una cosa era la scienza dei greci, di una società fondata sulla schiavitù, e un’altra la scienza feudale, di una società fondata sul servaggio. Diversa ancora la scienza capitalistica, di una società fondata sul produttore costretto a vendere la propria forza lavoro.
Mentre la prima scienza era – salvo un limitato campo di applicazione – speculativa, la seconda s’è chiusa nella torre d’avorio del dogma con apertura produttivistica sull’attività artigianale e atteggiamento persecutorio contro la scienza underground (streghe, alchimisti, guaritori e via dicendo). Solo la terza ha fatto il suo ingresso trionfale nel mondo produttivo per cumulare e riprodurre capitale.
Mai, comunque, il “per chi” della scienza, prodotto di società divise in classi, è stato l’uomo sfruttato, e non poteva essere altrimenti, trattandosi sempre di scienza del padrone, per il potere. Solo in una società senza classi, frutto della rivoluzione comunista, il “per chi” della scienza sarà il produttore, e perciò l’umanità.
Limitando il confronto fra l’attuale scienza del padrone e quella rivoluzionaria, questo si può dire: in quanto forza produttiva per l’accumulazione e la riproduzione del capitale, la scienza capitalistica è strumento per l’accrescimento di plus-valore. Conseguentemente il produttore altro non è che un’appendice della macchina (assimilabile al capitale fisso), ignaro del fine e della ragione della scienza. L’economia (il risparmio), con questo tipo di scienza, è quella del capitale. Al contrario la scienza comunista sarà strumento di produzione e oggetto di conoscenza; il produttore sarà soggetto attivo della scienza come produzione e della scienza come conoscenza; l’economia (il risparmio) sarà quella dei produttori e delle risorse naturali. Prodotti di questa scienza saranno perciò un lavoro non più alienato e taglieggiato, una natura non più degradata (cosa, per dirla con Marx, della collettività, condizione d’esistenza e di riproduzione delle presenti e delle future generazioni), una pace non più fondata su deterrenti catastrofici e su “guerre locali”.
Chiara pertanto l’assurdità di voler fondare, in regime capitalistico, una scienza che non sia contro l’uomo. Intanto perché la scienza – al pari del lavoro del produttore – non è proprietà del soggetto ma del capitale, per cui, qualunque sia l’intenzione dello scienziato, il suo lavoro serve al padrone per spremere plusvalore, depredare la natura, fare la guerra. E poi perché la scienza capitalistica, proprio perché tale, deve continuamente progredire, e suscitare perciò sempre nuovi bisogni in chi se li può pagare, onde nel mondo tutto procede a forbice (sempre più fame da un lato, sempre più spreco dall’altro), con situazioni come quella denunciata nel numero del giugno 1974 del Bulletin of the atomic scientists, che cioè in usa si consuma più energia elettrica per l’aria condizionata che in tutta la Cina per la produzione e il consumo.
La tragedia della scienza capitalistica è proprio questa: di non potersi fermare mai, costi quel che costi: l’esaurimento delle risorse naturali, l’incessante dilatarsi del gap fra “sviluppati” e “sottosviluppati”, lo svuotamento dei “valori” borghesi con i loisirs del consumismo, l’inflazione galoppante, dovuta in primo luogo, come riconosce anche uno scienziato del sistema (Charles Levinson, Capitale, inflazione e imprese multinazionali, Etas/Kompass, Milano 1973), alla logica della crescita delle multinazionali, di cui la scienza è strumento tecnico.
Fallot coglie molto bene questo aspetto, osservando che una differenziazione fondamentale della scienza comunista rispetto a quella capitalistica è che la prima potrà scegliere allo scopo di sviluppare la ricerca solo in funzione dell’utilità dei produttori, mentre la seconda è una sorta di asino bendato costretto a girare in continuazione attorno al pozzo per fame scaturire sempre nuova acqua per il padrone, acqua di cui ignora l’uso che ne farà il padrone medesimo.
Nota è l’ideologia di cui il padrone ammanta questo stato di cose; l’ideologia delle magnifiche sorti e progressive, o, che è la stessa cosa, del padrone delle ferriere, per il quale l’ammazzarsi di lavoro dovrebbe essere la più grande ambizione del produttore, che dal lavoro deriva per tutti, produttori compresi, il migliore dei mondi possibili (dall’auto, al pornofilm, alla “natura protetta” del wwf).
Questa ideologia, assolutamente estranea a Marx, e ferocemente attaccata da Lafargue (suo genero) nel famoso libello sull’elogio dell’ozio, ha finito con l’inquinare il marxismo “responsabile” al punto che uno dei suoi maggiori esponenti, Marchais, con fraseologia da padrone delle ferriere rosso, proclama che l’ideale dei comunisti è che l’uomo (non il produttore, si badi, ma il generico uomo della scienza capitalistica) «viva meglio, sempre meglio, materialmente (con lo sviluppo ad infinitum che postula il capitalismo, ndr) e moralmente (!?), in una società (non si dice se liberata dalla divisione in classi, ndr) che permetta (come direbbe La Malfa, ndr) un vero sviluppo della persona umana» (Guy Biolat, Marxisme et environnement, Editions Sociales, Paris 1973).
Ora Fallot fa notare che niente della mitologia produttivistica del capitale è in qualche modo imparentato col marxismo, che mira a liberare il produttore da ogni costrizione, compresi lavoro alienato e bisogni indotti dal capitalismo. L’obiettivo è quello della generalizzazione dell’otium, che nella Grecia schiavista era privilegio di pochi, mentre nella società comunista sarà di tutti; otium che deve consentire fra l’altro il recupero della morale epicurea, vista come limitazione ai bisogni essenziali e come materialismo che fa giustizia della nefasta hybris verso la natura, accogliendo quest’ultima come base fisica della società umana.
Di qui la necessità di distruggere tutto della scienza capitalista intesa come forza produttiva: il che non vuol dire, ovviamente, misconoscimento di quanto c’è in essa, quale conoscenza, di necessario e universale. «Se la scienza di classe dei capitalisti – scrive Fallot – non ha potuto svilupparsi senza violenza contro i lavoratori sfruttati, la reintegrazione della scienza nel lavoro richiederà la violenza contro gli sfruttatori allo scopo di sopprimere le attuali forme di scienza e di industria, legate al sistema di rapporti sociali che le hanno generate». Quanto al ragionamento scientifico, esso è nello stesso tempo «uguale e diverso secondo i sistemi, uguale per l’universalità e la necessità delle conclusioni a partire dai dati, diverso per i limiti, la logica stessa del ragionamento che dipende dalla ragione (di classe) dei dominatori dei vari sistemi. Solo la società senza classi fonderà razionalità scientifica e ragione poiché tale ragione non esprimerà più una classe ma l’universalità dei detentori della scienza, la “ragione” diverrà essa stessa scientifica e razionale, se così si può dire».
Niente appare più irreale, alla luce di questa impostazione rigorosamente marxiana, del marxismo della coesistenza, dell’innesto riformistico sul tronco capitalistico, del compromesso con un sistema finalizzato esclusivamente alla riproduzione del capitale. Grande merito di Fallot (con i tempi che corrono) è di ricordare che il capitalismo è scienza dello sfruttamento, della distruzione della natura (anche quando vuol “salvarla”: tre miliardi di dollari non sono serviti a ridurre il livello di inquinamento di un solo corso d’acqua importante americano), della guerra. Fallot ricorda anche che solo con la lotta armata si può abbattere il sistema capitalistico, e che la lotta di classe può anche concludersi con la rovina delle classi antagoniste. Non è insomma che predichi la rivoluzione come un Savonarola affascinato da chimere teoriche. Semplicemente si vale del metodo marx-engelsiano per dimostrare che oggi, ancor più di ieri, è necessario mirare – se si vuol liberare il produttore e con esso l’umanità – alla distruzione violenta del capitalismo, pagando il prezzo che ciò comporta, il quale per quanto alto, sarà sempre minore di quello richiesto per la sopravvivenza di un sistema che ha condannato a morte la natura e si regge sullo sfruttamento e la guerra.
«O le masse avranno ragione degli sfruttatori, o questi ultimi avranno ragione della natura e della vita […] Dalla scienza del capitale discende ineluttabilmente, se le masse non faranno la rivoluzione dappertutto sulla Terra entro qualche decennio, la fine della vita terrestre […] Se il capitalismo non finisce, ne verrà forse la fine del nostro pianeta, comunque la fine delle possibilità sociali di sopravvivere».
Diversamente da Dumont, che pone l’alternativa “l’utopia o la morte”, Fallot dimostra che è l’utopia (la conservazione del sistema, per quanto razionalizzato) che porta alla morte, per allontanare la quale l’unica chance che resta è la rivoluzione.
Naturalmente, dopo tutta l’acqua che è passata sotto i ponti, non è che si possa essere sicuri che la scienza capitalista, anche se spenta, non risorga dalle proprie ceneri. Fallot rileva infatti che la rivoluzione è condizione necessaria, non sufficiente. Certo comunque è che se sussiste una possibilità di sopravvivenza, di integrazione della società con la natura, di solidarietà umana, essa è legata alla rivoluzione. In mancanza della quale dobbiamo aspettarci fra l’altro (solo per citare due notizie pubblicate rispettivamente da II manifesto e da Paese Sera) la morte di «oltre un miliardo di esseri umani», uccisi nei prossimi 25 anni, «secondo dati ufficiali dell’onu», dalla fame; e la percentuale, nel 2000, in città come Vienna, di un cancro ai polmoni ogni tre persone (secondo quanto è stato detto al simposio internazionale di medicina e chirurgia alla Maddalena). Intanto Il messaggero riferisce che «il rincaro degli alimenti sta portando Napoli alla fame»: questo dopo trent’anni di lotte alla Marchais, perché l’uomo, padrone permettendo, viva meglio, sempre meglio, materialmente e moralmente.