Grant Farred, Martin Heidegger mi ha salvato la vita

In Martin Heidegger mi ha salvato la vita, Grant Farred combina l’autobiografia con il pensiero filosofico per offrire una peculiare riflessione sul razzismo americano. Nell’autunno del 2013, mentre rastrellava le foglie fuori casa, Farred viene fermato da una donna bianca che gli chiede: «Le interessa un altro lavoro?». La risposta che darà alla donna innescherà un dialogo interiore sulle ragioni non solo di quell’episodio ma del filosofare in sé.

In questo saggio Farred – anziché ricorrere alle classiche teorie postcoloniali di W.E.B. Du Bois o Frantz Fanon – medita sul suo incontro “razzista” a partire da quello che, in questo contesto, è probabilmente il più scandaloso dei filosofi, Martin Heidegger, e in particolare sull’affermazione presente in Che cosa significa pensare?: «è solo in quanto parla, che l’uomo pensa: non il contrario».

È possibile smantellare il razzismo (Rassengedanke) solo al livello del linguaggio, cioè si può distruggere il terreno su cui germoglia, fosse anche solo per un momento, solo se ci si interroga sul motivo per cui si pensa al razzismo – ammesso che ciò sia davvero realizzabile, e lo dice chi da sempre è impegnato a speculare sulla fine del razzismo. Che cos’è che «ci rinvia al pensiero e che ce ne fa sentire il bisogno?». Di questo possiamo essere certi: è assai probabile che sia proprio il razzismo – o qualsiasi altra forma di discriminazione o violenza – a chiamarci per primo al pensiero (a questo pensiero, e non a un altro, o a questo pensiero assieme ad altri), e tuttavia siamo chiamati a pensare prima ancora di essere chiamati a pensare il razzismo. Il pensiero precede ogni altra cosa: anteriorità assoluta del «cogito ergo sum», per così dire, o almeno del fantasma di Cartesio col quale tutti noi conviviamo più o meno felicemente. Il pensare è la condizione di possibilità di tutto il resto. Pensare il razzismo «viene dopo» il pensare, e anzi, come si fa chiaro dal percorso che sto seguendo, pensare la razza e il razzismo, facendo nostro il modo in cui Heidegger colloca il pensiero nella «filosofia», sta sempre un passo indietro rispetto al mio pensare «la filosofia». Il mio pensiero ha sempre, per così dire, un «soggetto» a portata di mano; c’è sempre un «soggetto» a cui il mio pensare è accordato. In questo senso, pensare (A) il razzismo (B) deve essere inteso sia come rapporto di consequenzialità (B viene dopo A) sia come intreccio (B è già presente in A), tale da produrre un pensiero come prassi che ruota attorno al pensare stesso ma che può essere indirizzata a scopi distinti e specifici. È possibile pensare il razzismo “solo se/dopo che” ci si è dedicati al pensare. Pensare il razzismo – e lo stesso vale per la misoginia, l’anticolonialismo, la xenofobia o l’omofobia – è qualcosa che può venire solo dopo aver accolto la chiamata a pensare a come pensiamo. Nel tentativo di risalire ai fondamenti del pensare per poi comprendere in che modo «applichiamo», «indirizziamo» o «strumentalizziamo» il nostro pensiero, sappiamo che «la cosa del pensiero non è mai altro che sconcertante». In effetti, per un uomo nero cresciuto sotto l’apartheid, affidarsi innanzitutto al pensiero (affidarsi innanzitutto a Heidegger, vivere costantemente sotto l’ingiunzione heideggeriana «a pensare») è qualcosa di «sconcertante» – un paradosso, come ho già detto. Tuttavia, ciò risulta politicamente inaccettabile solo se non si riconosce al pensiero la sua priorità, ovvero se il pensare viene disgiunto dal Rassengedanke (dal pensare la razza): solo, insomma, se pensare e pensare il razzismo vengono posti in una opposizione artificiale e sterile l’uno rispetto all’altro.

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