Mariafilomena Anzalone

Mariafilomena Anzalone è professoressa associata di Filosofia morale nell’Università della Basilicata, dove insegna anche Etica della relazione, Etica della comunicazione e Bioetica.

A partire dalla fine degli anni ’60, inizio anni ’70, vanno imponendosi in modo sempre più pressante tutta una serie di riflessioni etiche inedite e urgenti, che via via riguardano la biomedicina, l’ambiente, gli animali, l’economia, i mezzi di comunicazione, l’IA. La nascita della bioetica è solo il primo e importante frutto di tale impellenza. Ciò che le accomuna è da un lato il riconoscimento dell’insufficienza delle etiche normative, così come si erano sviluppate nel corso degli ultimi duemila anni, dall’altro il bisogno e l’urgenza di delineare un’etica per l’epoca tecnologica, che fosse all’altezza delle nuove sfide, imposte dal vertiginoso sviluppo e accumulo delle tecnologie e dal ruolo rinnovato delle istituzioni scientifiche.

Soprattutto, però, un’etica in piena discontinuità con quelle precedenti, dalle quali, secondo Hans Jonas, la dividevano due assunti fondamentali: il fatto che la natura dell’uomo fosse data una volta per tutte e il fatto che noi potessimo sapere cosa fosse buono per l’uomo. Dunque: una nuova immagine dell’uomo e un’etica che fosse adeguata a questa nuova immagine. Un’etica diversa, dunque, non solo perché dotata di molti più campi di applicazione rispetto al passato, ma nel senso più radicale, secondo cui «la natura qualitativamente nuova di certe nostre azioni ha dischiuso una nuova dimensione eticamente significativa, di cui non esistono precedenti nei criteri e nei canoni dell’etica tradizionale». Fino a un attimo prima di questa svolta, l’azione dell’uomo si inseriva in una cornice caratterizzata dalla inesauribilità e invulnerabilità della natura e del tutto, oltre che dalla piccolezza dell’uomo, il cui ingegno era più che altro inteso come una tutela nei confronti del caso e della necessità. Ciò implicava una serie di conseguenze, secondo Jonas, e cioè 1. che la techne fosse uno specifico tributo alla necessità, non un progresso illimitato 2. che l’azione etica fosse sempre azione tra uomini 3. che l’entità uomo fosse costante 4. che il bene e il male non fossero oggetto di pianificazione a lungo termine. In altre parole, avevamo a che fare con un’etica del qui e ora, che lasciava al caso gli effetti collaterali di lungo termine – in quanto sostanzialmente trascurabili. Un’etica del tempo e dello spazio circostanti: un’etica di ciò che è «prossimo».

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