Marco Ferrari

Marco Ferrari ha conseguito il dottorato di ricerca in Filosofia politica presso l’Università degli Studi di Padova, dove è attualmente ricercatore post-doc. I suoi interessi si concentrano principalmente sulla storia delle scienze umane, sociali e politiche, interrogata in chiave storico-epistemo­logica. Ha pubblicato contributi in volume e articoli su riviste scientifiche nazionali e internazionali e curato, con Pierpaolo Cesaroni e Giovanni Minozzi, le edizioni italiane de L’essere e l’even­to e di Logiche dei mondi di Alain Badiou (Milano 2018 e 2019). Tra i suoi lavori più recenti si segnalano Leggere … o peggio. Il Seminario XIX di Jacques Lacan (Teramo 2023) e, con Pierpaolo Cesaroni e Lorenzo Rustighi, Filosofia, psicoanalisi, politica. Un laboratorio (Padova 2024).

Nel 1949, a un anno di distanza dalla pubblicazione della prima edizione di Cybernetics – ad oggi il testo più conosciuto di Norbert Wiener, che riscosse immediatamente un successo tanto ampio quanto trasversale, malgrado il taglio specialistico, e sancì formalmente nascita e diffusione della cibernetica – Esther Potter, responsabile della classificazione decimale Dewey della Biblioteca del Congresso, trovandosi a dovere catalogare per argomento il libro in questione ed essendo indecisa su dove collocarlo, si rivolse direttamente al padre della cibernetica, palesandogli i suoi dubbi:

Abbiamo letto e riletto recensioni e spiegazioni sul contenuto del suo libro e abbiamo anche cercato di capire il libro stesso, solo per diventare sempre più incerti su quale sia il campo a cui appartiene.

Non ci è nota la risposta di Wiener e, tuttavia, i dubbi di Potter sono estremamente indicativi tanto della vocazione intrinsecamente interdisciplinare del best seller del matematico statunitense, quanto, più ampiamente, del carattere eterogeneo di quel vasto archivio a cui siamo soliti riferirci con l’appellativo di cibernetica. La risposta ironica che diede lo stesso Wiener, interpellato circa la corretta pronuncia del termine “cybernetics”, ovverosia “SIGH-ber-nee-tics”, costituisce, in questo senso, la messa in guardia più efficace per chiunque, ancora oggi, decida di impegnarsi in un attraversamento di tale archivio, con la speranza di avere a che fare con qualcosa di ben definito.

Vent’ani più tardi, nel 1969, nel prologo di un libro collettano che si presentava esplicitamente come un tributo a Norbert Wiener – «come riconoscimento per il suo eccezionale lavoro sulla cibernetica» – Georges R. Boulanger, cibernetico belga e presidente della Association Internationale de Cybernétique, si domandava ancora: «Ma in fondo che cos’è la cibernetica? O meglio, che cosa non è, perché paradossalmente più si parla di cibernetica, meno sembra ci si trovi d’accordo su una sua definizione».

L’ambiguità che contornava la cibernetica al momento della sua nascita e al culmine della sua diffusione si è proiettata, amplificandosi, all’interno di ogni tentativo di produrne una lettura, nell’ormai vasto bacino della letteratura scientifica che la riguarda. Complice la diffusione, sul piano della storia culturale, di quello che lo storico della cibernetica francese Ronan Le Roux ha opportunamente definito «cyber-tutto-quello-che-si-vuole», se, da un lato, diventa sempre più complesso districarsi nella coltre del diffuso abuso terminologico del prefisso cyber-, dall’altro non è meno difficile costruire qualcosa come una storia scientifica della cibernetica, nella misura in cui ci si ritrova ad avere a che fare con un «soggetto [che] esclude qualsiasi linearità e si oppone a qualsiasi forma narrativa generale» e che più che a «une storia da raccontare», si presta a «rendere conto dell’interconnessione di molteplici storie».

Qualcuno potrebbe dire: si parta dalla definizione che ne dà il suo fondatore all’interno di quello che costituisce a tutti gli effetti il suo manifesto – «[a]bbiamo deciso di chiamare l’intero campo della teoria del controllo e della comunicazione sia nella macchina che negli animali con il nome di cibernetica» – e se ne tracci l’evoluzione. E, tuttavia, le cose non sono così semplici. Se ci si limita anche solo all’analisi dei lavori di tutti quegli studiosi che, negli ultimi anni, si sono prodigati nel tentativo di scrivere la storia di quelle che potremmo definire “cibernetiche nazionali” – britannica, sovietica, cinese, giapponese, cilena (e più in generale latino-americana), tedesca, polacca, francese, italiana, è impossibile non scorgere un’attitudine, più o meno dichiarata e più o meno ragionata, ad anticipare alla narrazione un atto di presa di posizione metodologica che va ben al di là di quella di qualsiasi storico avveduto che ha smesso di credere ai richiami delle sirene della storia universale. Sembra che scrivere una storia della cibernetica implichi non solo domandarsi la storia di che cosa si sta scrivendo, ma anche, e più radicalmente, essere costretti a scegliere anticipatamente la storia di che cosa si vuole scrivere: la storia di un termine, di una metafora, di un concetto, di un modello, di un modo di pensare o, ancora, la storia di oggetto (tecnico), di una o più istituzioni? O la storia di qualcosa che tiene insieme tutte queste storie possibili?

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