Marcello Ghilardi insegna Estetica e Philosophy of Interculturality all’Università di Padova, presso cui è anche vice-direttore del Master in Studi Contemplativi. I suoi interessi di ricerca intrecciano l’estetica e le pratiche contemplative in un’ottica interculturale, con particolare attenzione per le tradizioni di taoismo e buddhismo Zen. Tra i suoi libri: Il vuoto, le forme, l’altro (2014), Chinese Aesthetics and Philosophy of Art (con H.-G. Moeller, 2021), Filosofia dell’eccedenza (2024).
Vedo una manciata di puntini luminosi nel cielo scuro della notte: da un lato la mia capacità rappresentativa mi permette di conoscerne la distanza, la massa, l’energia sprigionata, ne misura la magnitudine e le inscrive nelle leggi deterministiche che regolano il cosmo conosciuto. Dall’altra, posso unirle a formare un disegno, immaginandole complanari; posso anche inscriverle in un progetto di senso, porle in relazione con la mia soggettività, mi metto a dialogare con esse. Un atteggiamento non è più “vero” dell’altro, anche se producono effetti diversi nel mondo, generano catene causali di diverso ordine. I due modi di leggere ciò che chiamiamo la realtà naturale mettono capo a pratiche difformi, per molti versi complementari. Il senso, se appare, lo fa secondo una logica integrativa, che connette (re-liga) il soggetto a un ordine più ampio del soggetto stesso, coglie un disegno tenendone insieme, per così dire, il suo valore estetico con il suo risvolto etico. «Forse il punto estremo di un tale approfondimento è raggiunto, ad esempio, nell’intuizione di una personalità religiosa in grado di cogliere, attraverso l’amore che ci porta, l’unità di sé con gli altri. Se l’intuizione straordinaria di un certo uomo sia mera fantasticheria o se si tratti invece veramente di un’intuizione della realtà, si decide in base alla relazione con l’altro da sé, vale a dire in base al tipo di effetti che produce». La risposta è dunque etica: la costruzione di un possibile senso si deve confrontare con la tenuta e la consistenza di un’argomentazione logica, non può eludere il confronto con le conseguenze che genera, pur sapendo distinguere la validità di una proposta dalla sua applicazione, che potrebbe addirittura falsare l’intuizione originaria. E quelal risposta non prescinde da un’intuizione estetica, che connette la singolarità del soggetto a un insieme più vasto, dischiudendo così a un rapporto con l’indefinito, con l’incommensurabile, con l’infinito.
L’interesse di porre in un plesso tematico comune ciò che si è soliti nominare come esperienza religiosa, mistica ed estetica – giocando sulla voluta ambiguità tra l’aspetto aggettivale e quello sostantivale delle ultime due parole – si gioca sulla possibilità di sottrarre quelle dimensioni alle loro identità disciplinari, altrimenti impermeabili. Si tratta cioè di mostrare come quelle che di primo acchito appaiono come discipline distinte raggiungono un livello di maggiore fecondità nella misura in cui dissolvono le loro individualità astratte e separate, sconfinando l’una nell’altra. A patto di non restare irretiti in alcune peculiari logiche accademiche, entrare in un campo disciplinare e attraversarlo significa anche al tempo stesso eccederlo, oltrepassarne i confini, scoprirne le linee di intersezione con altri campi. La legittima e per molti versi meritoria attenzione a non indulgere in ingenui dilettantismi, che autorizzano in modo indebito ad occuparsi di ambiti nei confronti dei quali non si sono maturate competenze significative, non dovrebbe esimere dall’esercizio di scoperta, di intreccio e di indagine critica, né dall’impresa di valicare soglie, confini, bordi per rendere più fertili i campi di ricerca. È spesso lungo quei bordi che le scoperte possono rivelarsi più inattese e insieme produttive. È lì che possono scaturire nuove scintille e nuovi tipi di luminosità, come nel cozzare di una pietra focaia contro un’altra pietra.