Marcello Boemio

Marcello Boemio è dottore di ricerca in Filosofia. È stato borsista per la Fundação pela ciência e tecnologia (FCT) e ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università di Évora. Attualmente collabora con la cattedra di Filosofia della Storia presso il Dipartimento di Studi umanistici dell’Università di Napoli Federico II, è membro del Centro di Ricerca Praxis (Centro de Filosofia Política e Cultura) in Portogallo, e docente a contratto presso il Nucafe, Istituto di alta formazione di psicologia fenomenologico-esistenziale di Rio de Janeiro-Lisbona.

Nel 1605, una trentina d’anni prima del dipinto di Rembrandt, Galileo Galilei, scienziato e allo stesso tempo insuperata figura di rivoluzionario culturale, scrive a un amico che il suo scopo è quello di mostrare come il mondo non abbia alcuna anima, perché somiglia invece a un orologio, e tale concezione fisica deve essere presentata «per mezzo del calcolo e della geometria». Proprio a questo tipo di impostazione reagisce con terrore il poeta inglese John Donne, allorquando – in una manciata di versi composti nel 1611 –, mette in forma la propria reazione alle osservazioni astronomiche dello scienziato pisano. Il poeta inglese compone un poemetto come onoranza funebre per una giovane donna di nome Elizabeth Drury, morta prematuramente nel 1610, il cui titolo è Anatomy of the World. Il poemetto è pervaso da un senso di fosco pessimismo, ed è attraversato da uno smarrimento che sembra ricordare qualcosa di simile alla Unhemlichkeit di cui ha scritto Freud, che sopraggiunge quando qualcosa ci procura quella sorta di spavento rispetto a ciò che si riteneva familiare, e che invece spaventosamente smarrisce tale caratteristica. In questo senso, il poemetto di Donne non è l’occasione per celebrare nello specifico la morte di una giovane donna – la quale funge invece da pretesto per permettere al poeta di cantare la morte del mondo –, ma quella di soffermarsi sullo sconquasso prodotto dalla nuova immagine scientifica delle cose.

Donne era un uomo cresciuto in una famiglia cattolica, che nutriva una sensibilità conservatrice e sostanzialmente avversa rispetto alle vicende del suo tempo, che interpretava come un problematico dipanarsi del caos e della dissoluzione. Come fatto notare correttamente da Stephen Toulmin nel suo Cosmopolis, Anatomia del mondo non può essere letta solo ed esclusivamente contro la nuova sensibilità scientifica del suo tempo, ma deve invece essere inquadrata a partire dal fatto che la rilettura radicale del cosmo e delle sue leggi significava una sovversione delle cose di quaggiù. Ma anche se espressa in questo modo, la questione non rende ancora tutto il suo portato, perché il fatto decisivo risiede nell’oramai avvenuta frattura irrimediabile tra natura e mondo, tra organizzazione del cosmo e politica. La corrispondenza tra alto e basso, tra macrocosmo e microcosmo, tra ordine naturale dei cicli cosmici e polis, tra Fato – Provvidenza o Fortuna – e cose degli uomini, con l’avvento della modernità, viene per la prima volta decisamente negata. Il mondo allora non è più governabile, perché non è più inserito in una costellazione stabile di ordini e di significati; il cosmo non è più sentito quale paradigma di una sostanziale impalcatura dell’essere, e dunque non può più possedere la funzione di paradigma ideale.

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