Pubblicata nel 1923, in un periodo storico di forti turbolenze sociali e animato da grandi speranze di cambiamento dell’assetto politico mondiale, Storia e coscienza di classe di György Lukács è l’opera di filosofia marxista che ha maggiormente segnato la cultura del Novecento, suscitando vivaci dibattiti e influenzando numerose generazioni di intellettuali con il suo innovativo apparato concettuale, a partire dalla categoria della reificazione (Verdinglichung).
I saggi qui raccolti per celebrarne il centenario intendono focalizzare i temi e i motivi più qualificanti dell’eredità di questo capolavoro filosofico del ventesimo secolo: la rivalutazione del pensiero di Hegel, il ritorno all’originaria prospettiva di Marx per rinnovare il marxismo al di là dei fraintendimenti della Seconda Internazionale, l’innalzamento della nozione di totalità a ratio essendi della dialettica marxista. Osservato da diverse prospettive, il volume di Lukács si rivela così un laboratorio filosofico, politico, culturale di primaria grandezza, il cui disegno programmatico di valorizzare la dialettica come chiave di comprensione della realtà storica oltrepassa l’epoca della sua genesi e raggiunge il presente dell’attuale società capitalistica.
Saggi di: Attilio Bruzzone, Gianluca Garelli, Roberto Morani, Gaetano Rametta, Salvatore Tinè
La volontà di celebrare il centenario di un’opera ripudiata e tolta dalla circolazione dal suo stesso autore, in quanto ritenuta appartenente alla fase idealistica di un itinerario intellettuale che presto sarebbe definitivamente approdato al marxismo, può senz’altro apparire bizzarra.
Eppure, mai come nel caso di Storia e coscienza di classe, l’opera di György Lukács pubblicata nel 1923, si avverte la validità del principio metodologico secondo cui l’autore non è, o quantomeno non necessariamente, il miglior interprete del proprio lavoro: la penetrazione capillare di Storia e coscienza di classe in ampi settori della cultura europea del Novecento, nonché lo straordinario influsso dei suoi temi sul dibattito storico, politico, artistico, filosofico coevo e dei decenni successivi, almeno fino agli anni Settanta, stanno ampiamente a dimostrarlo. Oggi, infatti, ha osservato acutamente Slavoj Žižek,
è difficile persino immaginarsi adeguatamente l’impatto traumatico che la sua comparsa ebbe su generazioni di marxisti, incluso il tardo Lukács stesso che, nella sua fase termidoriana – cioè a partire dai primi anni Trenta – tentò disperatamente di prenderne le distanze, di confinarlo come documento di interesse meramente storico e permise di ristamparlo solo nel 1967, accompagnato da una nuova, lunga, introduzione autocritica. Fino alla sua ristampa “ufficiale”, il libro condusse la sotterranea esistenza spettrale di un’entità “non morta”, circolando in edizioni pirata presso gli studenti tedeschi negli anni Sessanta, disponibile in qualche rara traduzione (come la leggendaria traduzione francese del 1959).
Proprio per questa vasta e sotterranea incidenza, non è semplice misurare il successo effettivo di Storia e coscienza di classe, anche perché fin dalla sua prima ricezione, l’opera ebbe una fortuna tutt’altro che univoca o priva di elementi contraddittori. Subito dopo la pubblicazione, infatti, l’opera si pose al centro di aspre discussioni e suscitò reazioni e polemiche, già a partire dal processo politico svoltosi nel 1924, durante il V Congresso della Terza Internazionale, nel corso del quale le posizioni fondamentali che vi erano espresse vennero accusate di idealismo, volontarismo, soggettivismo, di assecondare l’illusorio spontaneismo rivoluzionario del proletariato a detrimento del partito bolscevico e della sua centralità. Nello stesso tempo, il progetto lukácsiano di risalire all’autentico pensiero dialettico di Marx al di là delle torsioni positivistiche impresse da Engels al marxismo, archiviando definitivamente il determinismo economico, la teoria del rispecchiamento, la dialettica della natura, la teoria dell’ideologia come “falsa coscienza”, stava catalizzando l’interesse e l’entusiasmo di una schiera di giovani intellettuali degli anni Venti (Bloch, Benjamin, Adorno, Marcuse) e segnava l’avvio per la grande stagione di quel “marxismo occidentale” che, nel suo intreccio con la fenomenologia, l’esistenzialismo e l’hegelismo francese, contribuì in modo decisivo allo sviluppo del pensiero contemporaneo. Non è dunque un’iperbole sostenere che Storia e coscienza di classe è probabilmente l’opera di filosofia marxista più influente nel corso del Novecento, soprattutto in considerazione della vastissima influenza e della produttività teorica, tuttora non esaurite, della categoria della reificazione (Verdinglichung). Non è un caso se, a pochi anni di distanza dalla pubblicazione dell’opera, lo stesso Heidegger, pur senza citarla, abbia avvertito il bisogno di confrontarsi, in due punti nevralgici di Essere e tempo (1927), con l’arco complessivo dei problemi inclusi nel nucleo concettuale della fonte lukácsiana, ravvisandovi un modello di riferimento essenziale per focalizzare, il modo di essere del Dasein.
[Dalla Prefazione di Roberto Morani]