Alfred North Whitehead (1861-1947) è tra i pensatori più complessi e poliedrici del Novecento. Ciononostante, la sua traiettoria intellettuale resta, per molti aspetti, ancora poco indagata. Questo volume ne ricostruisce il passaggio dalla matematica alla filosofia, con attenzione particolare alla svolta “epistemologica” consumatasi negli anni ’10 del secolo scorso. Attraverso un’analisi storica e concettuale, il libro restituisce il dialogo di Whitehead con la logica matematica, la fisica e la filosofia del tempo, mostrando come il suo pensiero abbia contribuito a ridefinire il rapporto tra filosofia e scienze. L’indagine si concentra sulle tensioni e gli snodi teorici che hanno segnato la carriera dell’autore: dal confronto con Russell all’influenza di Bergson e Bradley, fino all’impatto con la teoria della relatività. Emerge un ritratto sfaccettato e rigoroso di Whitehead, tale da rendere giustizia alla complessità della sua visione senza riduzioni schematiche, e mettere in luce l’originalità di un autore che ha ripensato in profondità il legame tra esperienza ed elaborazione concettuale.
Il 1898 è l’anno di pubblicazione della prima monografia di Whitehead: A Treatise on Universal Algebra. È un’opera voluminosa, alla quale sarebbe dovuta seguire una seconda parte che, tuttavia, non ebbe mai luce per motivi legati all’inizio della collaborazione con Russell. Si tratta di un lavoro lungamente meditato, dato in stampa a ben tredici anni dall’insediamento dell’autore al Trinity College in qualità di Fellow e Lecturer; da tale cauta tempistica è ravvisabile una prima differenza di temperamento – nonché di approccio alla prassi accademica e intellettuale tout-court – rispetto al più giovane allievo, e in seguito amico e collega, Bertrand Russell.
UA è un lavoro altamente tecnico firmato da un docente di matematica applicata di fine ’800, dell’età di trentasette anni, e che da più di dieci anni insegna in una prestigiosa università inglese. A dimostrazione del suo approccio molto poco filosofico alla matematica, Whitehead non indugia su teorizzazioni di carattere generale o su ricostruzioni storiche intorno al tema centrale di cui si occupa, l’algebra moderna. Dei cenni in proposito compariranno molti anni dopo, nel succitato discorso pronunciato ad Harvard per i suoi settant’anni:
I progressi contemporanei della matematica e della logica matematica non sono contemporanei, bensì provengono da un grande passato: Grassman, Sir William Hamilton – non lo scozzese che era un cattivo metafisico, ma l’irlandese che scriveva dell’ottima matematica – Boole, De Morgan, e per tornare all’origine di tutti questi sforzi, il grande Leibniz.
Gli “sforzi” a cui si si riferisce nella citazione sono quelli che hanno condotto, dalla seconda metà dell’800, da una matematica intesa tradizionalmente come scienza delle quantità a una matematica come «tecnica per la comprensione di pattern, e per l’analisi delle relazioni tra patterns». E perché un tale shift possa darsi è necessario estendere la matematica «oltre il dominio del numero», per applicarla «a un ampio gruppo di patterns in cui il numero figuri da fattore subordinato». Sono tutte, come presto si vedrà, questioni cruciali nel dibattito che segna la nascita della logica matematica contemporanea, sulle quali Whitehead si forma e sulla cui importanza per la sua mentalità da giovane matematico (e non di filosofo della matematica) si è spesso sorvolato.