Alessandro De Cesaris, Ai limiti del concetto. Genesi e forma della singolarità nella logica di Hegel

Malgrado la nozione di singolarità sia un elemento ricorrente e spesso centrale all’interno delle sue opere, Hegel è stato considerato a lungo come il filosofo dell’universalità per eccellenza. Molti tra i suoi critici lo hanno accusato di aver creato un sistema in cui non c’è spazio per il singolare e in cui l’individuo viene riassorbito senza scampo nell’intero. Per ribaltare questo paradigma interpretativo, sedimentato da tempo nella letteratura critica, il presente volume offre una ricostruzione del significato e della rilevanza della nozione di singolarità nella logica di Hegel. Questa nozione viene impiegata come chiave interpretativa per analizzare gli scritti hegeliani fino alla Fenomenologia dello spirito, e poi per sviluppare una rilettura sistematica della Scienza della logica. L’obiettivo è mostrare in che senso è possibile proporre un’interpretazione complessiva del pensiero hegeliano come una filosofia della singolarità.

Chiedersi cosa è la filosofia significa sempre, allo stesso tempo, domandarsi se la filosofia sia ancora, e come essa possa continuare ad essere. Il pensiero di Hegel non è affatto estraneo a questo tema, e anzi lo pone con una radicalità senza precedenti. È curioso come uno dei luoghi in cui questa radicalità si mostra nella sua pienezza sia la Prefazione ai Lineamenti di Filosofia del Diritto del 1820. Scegliere di affrontare la questione a partire da questo testo non è, ovviamente, una operazione neutrale: il pensiero di Hegel è stato a lungo accusato di aver creato un sistema totalizzante e totalitario, conclusivo al punto da costringere i suoi successori a chiedersi se una filosofia dopo Hegel sia ancora possibile. L’opera del 1820 viene spesso indicata come l’espressione più compiuta di questa impostazione, soprattutto per via di alcune celebri immagini proposte da Hegel per indicare il compito della filosofia. A partire da queste stesse immagini, tuttavia, è possibile mostrare che la posizione di Hegel in merito al metodo, al destino e al senso del filosofare è estremamente sfumata e problematica, e – in seconda battuta – che essa trova la propria prima risposta innanzitutto nel modo in cui egli concepisce la forma logica, il pensiero speculativo in generale. Questo problema, infine, è strettamente ed essenzialmente collegato alla questione della singolarità, e ciò nello stesso modo in cui questo nesso è stato reso evidente nelle opere precedenti, in relazione alla tematica metafilosofica.
È ben nota la metafora con cui Hegel ha definito la filosofia: essa è «la civetta di Minerva, [che] inizia il suo volo soltanto sul far del crepuscolo» (TWA VII, 27; LFD, 65). In prima analisi questo significa che il filosofo si occupa solo di comprendere ciò che è già, e non di pensare o tentare di costruire qualcosa di nuovo, un futuro nel senso più autentico di ciò che non è ancora. La filosofia, insomma, arriverebbe sempre troppo tardi. In questa posizione, come nell’espressione altrettanto nota «Ciò che è reale è razionale, ciò che è razionale è reale» (TWA VII, 23; LFD, 59), si rivela il primo nodo problematico della concezione hegeliana della filosofia, che riguarda il passato: se la filosofia parte dal presupposto che ciò che è stato, in quanto è stato, è razionale, ciò non fa sì che venga meno del tutto l’aspetto critico del gesto filosofico? Se il compito del filosofo è solo affermare che ciò che è deve essere in quanto obbedisce alle leggi della ragione, allora il filosofo non è condannato a essere sempre un giustificatore compiacente dello status quo?

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