György Ligeti, Lei sogna a colori? A colloquio con Eckhard Roelcke

Compositore di origine ungherese nato nel 1923 da una famiglia di ebrei di lingua tedesca, Ligeti si racconta in questo libro-intervista intrecciando memorie indistricabili di vita e arte. Sfilano così i drammatici ricordi della giovinezza, quando la sua famiglia scomparve quasi tutta nei campi di concentramento; la sua capacità sinestesica di immaginare i suoni e i movimenti musicali come onde di colore e il lavoro coatto nell’esercito ungherese accanto ai nazisti; le dispute con Stockhausen e Boulez negli anni Sessanta e Settanta; le affermazioni internazionali, la lunga ricerca artistica della sua musica e le opinioni sull’attualità e la politica. L’autoritratto di un musicista che ha segnato il Novecento.

«Lei sogna in bianco e nero o a colori?» Non di rado, nel mezzo delle nostre conversazioni, György Ligeti mi ha spiazzato con le sue domande improvvise. «Sa com’è fatta la struttura chimica della clorofilla?» «Conosce le Carceri del Piranesi?» «Ha mai visto l’illuminazione del confine della ddr, a sud di Gottinga, in direzione Würzburg?».

Più volte ho osservato György Ligeti parlare della sua musica davanti a un folto pubblico. Esordisce lentamente, quasi con esitazione. Ma dopo pochi attimi riversa sull’uditorio un intero universo intellettuale. Come quando si entusiasma per un mottetto medioevale, paragonando la polifonia di quella musica al disegno di un maglione variopinto nel quale solo uno sguardo attento può discernere i singoli fili colorati. Un parallelo di questa metafora si ritrova nelle sue composizioni: dozzine di voci singole, che l’autore assembla e stratifica, si sovrappongono, si fondono o si scindono. Infine Ligeti approda alla geometria frattale e all’“insieme di Mandelbrot”. O alla mappatura del genoma umano, alle culture musicali indonesiane, ad Alice nel paese delle meraviglie… I suoi pensieri somigliano a una fine rete in cui tutti gli elementi sono interconnessi.

La musica di Ligeti e il suo mondo intellettuale mi affascinano sin dai primi anni Ottanta, quando seguii le sue lezioni all’Università di Amburgo sviluppando a poco a poco il mio interesse per la sua musica. L’aula nella “Torre dei filosofi” era sempre gremita di studenti. Lo conobbi personalmente nel 1988 a Vienna, alla prima esecuzione del suo Concerto per piano, nella versione in cinque movimenti. In quell’occasione lo intervistai per “Die Zeit”. Da allora l’ho incontrato più volte, parlando fra l’altro sulle sue partiture manoscritte policrome, pubblicate in facsimile dalla casa editrice Schott. Le pagine colorate piene di segni documentano il suo processo creativo. Osservando il manoscritto e le note si può intuire come Ligeti cerchi di fissare sulla carta le sue idee compositive nel modo più preciso possibile, come elabori o corregga gli abbozzi concretizzando l’espressione musicale anche verbalmente. Sul piano grafico, le partiture posseggono una loro qualità estetica. Quando Walter Jens nel 1992, in seguito alla nuova situazione politica tedesca, impose la riunificazione dell’Accademia occidentale con quella orientale fra le proteste di numerosi membri, interrogai György Ligeti sulle ragioni che l’avevano indotto ad abbandonare l’Accademia delle Arti di Berlino.

[Dalla Premessa di Eckhard Roelcke]

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