Tutti gli uomini desiderano il bene e la felicità. Nessuno, infatti, desidera il male e l’infelicità. A cavallo tra la fine del Medioevo e la prima età moderna, queste massime fondamentali dell’etica occidentale vengono messe in discussione da una parte rilevante della cultura europea. Le ragioni di questa operazione vanno cercate in un nuovo modo di guardare alla libertà. Mentre il tardo Medioevo volge al tramonto, lasciando spazio alla prima età moderna, filosofi e teologi si interrogano sui limiti e sulla potenza della volontà libera, attraverso la costruzione di ipotesi immaginifiche che possano mettere in crisi la centralità – per la comprensione della natura del desiderio umano – del bene e della felicità.

È possibile volere il male in quanto tale, l’infelicità o anche la propria non esistenza? E ancora: è possibile rifiutare Dio, pur godendo della visione beatifica; e anche odiarlo, volendo che Egli non sia? Questo libro affronta un passaggio storico del pensiero europeo verso la Modernità da una prospettiva in apparenza ristretta, ma in realtà significativa per comprendere le radici di un modo di intendere la libertà individuale come assenza di qualunque vincolo e come capacità di oltrepassamento di qualunque limite.

Henry Harclay: volere il male e trascendere il bene possibile

Tra gli allievi di Scoto che hanno sostenuto la possibilità di volere il male in quanto male nella forma della infelicità o anche della propria non esistenza, troviamo Henry Harclay (1270-1317), il quale, sebbene non venga mai citato, a nostra conoscenza, nelle fonti successive riguardo al problema che stiamo indagando, risulta essere una delle voci più radicali tra XIII e XIV secolo. Da questo punto di vista non vale il giudizio generale dato da Henninger sui rapporti tra Scoto e Harclay. Egli fu maestro secolare delle arti e di teologia e si ritiene che ebbe tra i suoi allievi anche Ockham presso l’università di Oxford.

Tra le sue Quaestiones ordinariae, troviamo una questione intitolata Utrum credentes Christum esse verum Deum poterant eum voluntarie occidisse (se coloro che credono che Cristo è il vero Dio potrebbero ucciderlo volontariamente). È chiaro che la questione chiede di più di quanto sembri all’apparenza, perché essa investe direttamente la domanda sulla possibilità di odiare Dio e poi anche di rifiutare volontariamente la felicità. Tuttavia, la questione coinvolge un altro problema, ossia se, pur rimanendo nell’uomo la capacità di giudicare rettamente riguardo alle azioni da compiere, sia possibile compiere scelte opposte al dettame della ragione.

A questo proposito, Harclay suddivide la questione in tre problemi specifici. Il primo riguarda la possibilità di odiare il fine ultimo appreso nella sua particolarità, come in qualche modo fa intendere il titolo della quaestio. Il secondo problema riguarda la possibilità di sospendere l’atto di volontà – una volta che il fine ultimo sia appreso dall’intelletto –, senza amarlo o rifiutarlo. Infine, si tratta di capire se, una volta che la volontà ha appreso qualcosa come un fine intermedio verso il fine ultimo, le sia possibile rifiutare quel bene finiti che non possiede tutta la bontà del fine ultimo.

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