Friedrich W.J. Schelling, Lezioni sul metodo dello studio accademico

Le Lezioni sul metodo dello studio accademico appartengono a uno dei periodi più intensi della produzione filosofica di Schelling, a quella vera e propria fioritura di scritti che segue il Sistema dell’idealismo trascendentale e si concentra tra gli anni 1802-1804. La sponda raggiunta dopo l’abbandono della filosofia di Kant e di Fichte è in realtà il limitare di un continente nuovo: la filosofia è divenuta organo “per tutti i possibili oggetti del sapere” e aspira a farsi “sistema di tutto il sapere”.

In queste Lezioni – che si possono considerare il vero e proprio manifesto della nuova filosofia speculativa – Schelling sottopone a una critica demolitrice il modo con cui i principali settori del sapere erano stati, ed erano, coltivati. Inoltre il fatto che la loro redazione cada nel periodo della più stretta collaborazione tra Schelling e Hegel attribuisce a esse un interesse supplementare.

La genesi di queste Lezioni sul metodo dello studio accademico va collocata nella primavera del 1802; i primi cenni al riguardo, sia in una lettera a Carolina, futura moglie di Schelling, sia in una notizia pubblicata nella più autorevole gazzetta letteraria dell’epoca, la «Allgemeine Literatur-Zeitung», sono infatti del marzo di quell’anno. E il prospetto delle lezioni dell’università di Jena, per il semestre estivo 1802, recava: «Publice studiorum academicorum recte instituendorum rationes tradet», cioè, traducendo con qualche libertà: «Esporrà nelle lezioni pubbliche i criteri in base ai quali si dovrebbero correttamente organizzare gli studi universitari». Il corso, che ebbe, a quanto si sa, un grosso successo, venne annunziato anche per il semestre estivo dell’anno seguente: «Praelectiones suas publicas de studii academici recte instituendi ratione in eunte semestri continuabit ed ad finem perducet». È verosimile che la partenza di Schelling da Jena (maggio 1803) non abbia consentito che l’argomento venisse completato nelle lezioni; ma, quasi a sostituzione di queste, uscì il volume.

Occorre avere un’idea dell’ordinamento degli studi di quel tempo, e a Jena, per rendersi conto esattamente di cosa volesse dire un annunzio come quelli citati; la lezione “pubblica” era di pertinenza del professore “pubblico”, il quale si distingueva dal “privato docente” (in Italia si diceva “libero docente”) non soltanto per il fatto che il governo da cui dipendeva l’università gli pagava, o almeno gli prometteva, uno stipendio, ma perché aveva l’obbligo, e il diritto, di impartire lezioni agli studenti di tutte le facoltà, dietro il pagamento di un onorario che ciascuno di questi, personalmente, versava a lui stesso o ad un suo incaricato. Accanto ai corsi pubblici lo stesso professore teneva anche corsi “privati”, anch’essi annunziati nell’elenco ufficiale, e che potevano rivolgersi ad un uditorio di qualche decina di persone – al limite, anche, ad una sola. Di regola, ma non necessariamente, i corsi privati avevano un carattere più tecnico, o un ambito più limitato, dei corsi pubblici. Per un professore che intendesse farsi un nome, o mettere in circolazione idee che gli sembravano rilevanti, la sede privilegiata era il corso pubblico – dal quale, tra l’altro, gli eventuali allievi dei corsi privati stabilivano se il docente fosse tanto interessante che meritasse la spesa di praticarne ulteriormente l’insegnamento.

La corrente filosofica che solitamente – con espressione impropria, ma entrata nell’uso – si chiama idealistica era animata da un duplice proposito: quello di elaborare una nuova filosofia ‘‘scientifica” che mettesse in forma più rigorosamente sistematica gli spunti (“frammenti e risultati”, diceva Fichte) offerti da Kant, e quello di offrire una radicale alternativa alla cultura, e alla mentalità, del tardo illuminismo tedesco. Questa cultura, e questa mentalità, si erano screditate, agli occhi di Fichte, e dei suoi primi seguaci, tra i quali Schelling, anzitutto per la sempre più dura battaglia di retroguardia contro la filosofia kantiana, e poi per la loro incapacità, di fronte alla sfida proveniente dalla rivoluzione francese, di dare una risposta eticamente accettabile al problema del compito dell’intellettuale nel tempo presente. Ed è caratteristico che come destinataria di questa contestazione venisse scelta la gioventù delle università.

— Dalla Prefazione di Claudio Cesa

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